8 Recensioni su

Faust

/ 20117.1111 voti

Deluso / 5 Settembre 2015 in Faust

Un medico tedesco depresso in cerca del senso della vita, oltre che di soldi, si rivolge a un usuraio per lasciargli in pegno un anello. L’usuraio è in realtà il demonio, e il dottor Faust finirà per lasciargli in pegno l’anima: tutto per poter passare una notte con la giovane Margarete.
Ricostruzione in costume iperrealistica (la miseria irredimibile che deve fare proprio ribrezzo) bistrattata dal formato e dagli effetti ottici. La stessa maniera estetica si riflette nel testo, elucubrazione dalle smanie intellettuali sulla natura del potere, che dovrebbe venire nobilitata dal pedigree goethiano con cui invece ha poco a che fare.
Una lezione fastidiosa, che ha oscurato il grande sforzo produttivo. Devo provare a rivederlo col muto (o magari in italiano, un doppiaggio venuto sicuramente meglio dell’originale).

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Oltre il verbo, oltre il senso. / 27 Febbraio 2015 in Faust

Rilettura monumentale dell’opera di Goethe, e in generale del Faust, protagonista della nota novella tedesca; da qui anche la scelta di non cambiarne la lingua.
Sokurov, facendo incursione nella letteratura dell’ottocento, magistralmente riprodotta nel suo contesto più crudo e viscerale, fissa l’ultimo tassello della sua tetralogia sulla natura del potere. E vi riesce con non pochi patemi, in quanto è un viaggio onirico fra le lande desolate della ragione, letali alla vita, e così care alla morte.
La morte, nera figura che aleggia nella pellicola; mortifera immagine che visita gli animi e le coscienze di una vita avara di emozioni. Una vita pronta a raccogliere le briciole dell’essenza lasciata dalla parola.
”In principio era il verbo”. ”In principio era il senso”.
Un motivo, e una risposta per dare un significato a questa fame, a questa inedia letale, che lascia agonizzante i sensi. E il faust, nella sua più umana, e selvaggia forma, è alla ricerca incessante di un qualcosa che soddisfi finalmente il suo appetito. E questo qualcosa non è la caduca tentazione offerta, né la mefistofelica lusinga; è l’ignoto, l’oltre esistenziale che ha non ha confini, né mete, perché il sapere è come l’ambizione umana, un pozzo senza fondo.
Una pellicola che richiede un certo impegno per poterla comprendere, in quanto come simil immagine di un sonno della morte, è soporifera, ma che restituisce tutti gli attimi spesi ad ammirarla.

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15 Marzo 2013 in Faust

Sicuramente un’opera non facile da comprendere e piena di riferimenti e allusioni.
Molto tetra, esasperata e mortifera.
Difficile (almeno per me) da giudicare.
In certi momenti mi interessava ma non nego che ho trovato DECISAMENTE fastidioso (ma sicuramente voluto… quindi giusto ritengo) il continuo contatto quasi angosciante di tutti i personaggi. Asfissiante e irritante.
Il film non riesco a definirlo.
Bello?
Brutto?
Direi difficile e particolare.
Sicuramente l’obiettivo di lasciare un senso di angoscia e di ossessione con me ci è riuscito.
Vederlo? Fate voi…
Ad maiora!

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Amo colui che sogna l’impossibile / 14 Marzo 2013 in Faust

Il Faust è un film che chiede al suo spettatore qualcosa in cambio, una sorta di patto come quello del suo protagonista con il Diavolo. Riesce a essere qualcosa di diverso per ognuno dei suoi spettatori e i suoi personaggi “schiacciati” ne fanno un film universale.

Fluida deformità / 24 Febbraio 2013 in Faust

Uno dei rarissimi esempi contemporanei di affascinante tecnica cinematografica. I fluidi movimenti di macchina sono incantevoli, Sokurov maneggia la mdp come fosse un pennello che scorre libero su una tela gigantesca (e la scelta della fotografia e dei colori lo dimostrano, sembra di essere catapultati in un dipinto di Bruegel). Forse un pò insistente ed eccessivo l’uso delle lenti deformanti o delle riprese con l’asse trasversale… Il concetto della deformità e mostruosità della razza umana era sufficientemente chiaro senza ribadirlo in continuazione e con così tanta manieristica insistenza.
Questo film mi ha ricordato un ibrido tra Lynch, Tarr, le arti visive performative e le installazioni.

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19 Dicembre 2012 in Faust

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Vincitore di qualcosa anche se non ricordo cosa e mi frega una sega (butterei lì Venezia), ho portato Amica P e il suo nongiovane fiancé a vedere questa quarta parte della tetralogia di Sokurov sul potere. Ricordo distintamente di aver visto solo Moloch, che era il primo, su Hitler e Eva Braun nel loro cottage rifugio sulle montagne tedesche (butterei lì Sassonia) e di esserci rimasto ammammalucchito. Per dire, sapevo benissimo che non era un film per tutti, non sapevo quanto amica P e compagno potessero resistere. Sono andati bene ma non benissimo, cedendo un po’ nella parte centrale. Perché si tratta di un film enorme e visionario e magnifico, ma semplicemente fuori dai canoni di tutto ciò che si è ormai portati a vedere. Rilettura libera del Faust di Goethe, ambientato in una cittadina di uno sporco ‘800 su cui la visuale plana dalle altezze siderali nel folgorante inizio (addirittura?), l’inquadratura si restringe su questo nucleo di case fino a entrare nel laboratorio dove il dottor Faust sta sezionando un cadavere. Ma si dichiara impotente a trovarne l’anima. Alla ricerca di risposte, a quasi tutto, dai bisogni più intellettuali a quelli più materiali, alla sua sete di sapere, di godere, di mangiare, bere e dormire, finirà per stringere un patto, e per accompagnarsi, con il ciccione usuraio della piazza, un orribile Mefistofele dal corpo mostruoso sotto il panciotto, con ali e coda tagliate, che orina in chiesa e bacia le statue della Madonna e propone contratti. L’umanità, incarnata da Faust, si accalca e scalpita, trascorrendo una vita nella disperazione e nella ricerca di bisogni che si perpetuano all’infinito. Il senso angoscioso di tutto ciò viene reso gli spazi stretti dove i corpi di più personaggi si trovano costretti a sovrapporsi e attorcigliarsi, come se non ci fosse modo di fare altrimenti, dando alla ricerca del protagonista un senso insieme di disgusto e di massimo sforzo.
Nessuna delle voci che tentano di ricondurre alla ragione Faust viene ascoltata, in un’inesauribile spinta a volere sempre di più. Avrà la donna angelica che desidera, dopo averle ucciso il fratello, e scapperà con il diavolo verso montagne altissime. Ma ogni cima non è che una tappa, con il traguardo finale che scappa come il sole all’orizzonte. Nel finale tra i ghiacci Faust lapida e seppellisce sotto il peso delle pietre il suo diabolico compagno di sventura e prosegue, da solo verso il niente e l’inarrivabile, mentre la cinepresa con un volo d’uccello riprende quota, con un movimento inverso a quello con cui all’inizio era scesa ad occuparsi delle miserie degli uomini delle terra.
Ma che ca**o ho scritto? Uuuuhhh. Insomma, se lo vedete tenete conto che non escludo che possiate dormire per 133 minuti (e dura 134). Io non l’ho patito per niente e ne son stato lieto ^^ I miei due compagni di cinema speravo fossero un poco più performanti.

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Coluii che insonne lotta per ascendere noi lo possiam redimere / 22 Gennaio 2012 in Faust

Un pò come “inland Empire”, un pò come “The Tree of Life”, questa è un’opera filosofica che avrebbe bisogno di più di uno sguardo. Non basta una sola volta per capirla a fondo (o forse io avrei bisogno di rivederlo ancora…), tanto è densa di significati e fuggevole.
Innanzitutto da un punto di vista stilistico è sensazionale: la fotografia sgranata, il continuo contrasto tra luce ed ombra, le tinte fosche ed il pastello che Sokourov usa rimandano alla tradizione artistica nord-europea. Mi ha fatto pensare ad alcune opere olandesi, in cui dall’oscuirtà emergono profili più o meno definiti, tratteggiati da colori stinti. La scelta è fantastica e va a braccetto con le origini letterarie dell’opera. Quello che il regista aggiunge è una distorsione continua dell’immagine, in rima con le distorta umanità che va a descrivere e che è protagonista. Scene da medioevo, personaggi brutti, repellenti, come il demonio, descritto in maniera singolare come un essere scevro del fascino della seduzione maligna e carico di un senso di ilarità cinica e di depravazione comica.
L’aspirazione del Faust è il perno di un racconto che è prima di tutto negazionista, nichilista e distruttivo fino a che non arriva a fondere la felicità con la tensione al superamento di sè.
E’ innegabile che la degna conclusione della quadrilogia di Sokourov sia un’opera in cui si concentra la visione letteraria e la filosofia di un regista erudito ed elegante.

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Supremo / 8 Dicembre 2011 in Faust

Non ricordo molti altri casi in cui il “diabolico”, il maligno, la grettezza dell’umano, la sua bassezza, la meschinità, la miseria dell’essere siano state messe in scena con un’espressività così piena e totale. L’uso dei corpi che i personaggi adottano, tra loro, negli spazi angusti, ingombri, le deformazioni dovute alle lenti e ai piani di ripresa al limite dell’anamorfosi, il linguaggio ovviamente, la gestione dei dialoghi [gli attori sono supremi, e i contenuti (faustiani, certo, ma nient’affatto scontati e tantomeno già noti) interessantissimi], i colori, i costumi, la fotografia… insomma, tutto. Incondizionatamente grandioso.
Una “chicca assoluta” (ma non è che una delle molte): la scena in cui Margarete si reca in casa di Faust, l’irruzione della luce, il primissimo piano di un volto che non è più né uomo né donna, e non so quanti secondi accompagnati “solo” da un respiro: pura genialità di cineasta!

P.s.
Avevo una strana sensazione di richiamo herzoghiano (Kaspar Hauser e Nosferatu), ma non osavo dargli corpo o forza, anche perché per questo film sono stati scomodati tutti i richiami possibili, ergo asteniamoci o, come al solito, tutto diventa il contrario di tutto, e soprattutto un bel insignificante nulla, poi qualcuno mi suggerisce un Faust di Murnau (1926) che non ricordo proprio… Ah, allora, forse ecco la radice comune di quel sapore di “male romantico” (cinematograficamente parlando)…

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