Recensione su Faust

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Oltre il verbo, oltre il senso. / 27 Febbraio 2015 in Faust

Rilettura monumentale dell’opera di Goethe, e in generale del Faust, protagonista della nota novella tedesca; da qui anche la scelta di non cambiarne la lingua.
Sokurov, facendo incursione nella letteratura dell’ottocento, magistralmente riprodotta nel suo contesto più crudo e viscerale, fissa l’ultimo tassello della sua tetralogia sulla natura del potere. E vi riesce con non pochi patemi, in quanto è un viaggio onirico fra le lande desolate della ragione, letali alla vita, e così care alla morte.
La morte, nera figura che aleggia nella pellicola; mortifera immagine che visita gli animi e le coscienze di una vita avara di emozioni. Una vita pronta a raccogliere le briciole dell’essenza lasciata dalla parola.
”In principio era il verbo”. ”In principio era il senso”.
Un motivo, e una risposta per dare un significato a questa fame, a questa inedia letale, che lascia agonizzante i sensi. E il faust, nella sua più umana, e selvaggia forma, è alla ricerca incessante di un qualcosa che soddisfi finalmente il suo appetito. E questo qualcosa non è la caduca tentazione offerta, né la mefistofelica lusinga; è l’ignoto, l’oltre esistenziale che ha non ha confini, né mete, perché il sapere è come l’ambizione umana, un pozzo senza fondo.
Una pellicola che richiede un certo impegno per poterla comprendere, in quanto come simil immagine di un sonno della morte, è soporifera, ma che restituisce tutti gli attimi spesi ad ammirarla.

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