Recensione su Un sapore di ruggine e ossa

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di amore e rapporti umani / 4 febbraio 2013 in Un sapore di ruggine e ossa

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

E’ stato prima di tutto il titolo ad attirarmi, “De rouille et d’os”. Parole insolite, dure, per una vicenda drammatico-romantica (cioè, così la immaginavo – male – io). Ecco, posso dire che mai titolo fu più indicato: questo film lascia proprio in bocca un sapore di ruggine e ossa. (O meglio, un sapore di ferro, per associazione di idee, più o meno). Ferro, ruggine, sangue, ossa, avrete capito che si parla di vicende molto liete e delicate. I protagonisti sono un lui e una lei, Ali e Stéphanie.
Marion Cotillard è bella. L’ho trovata bella nonostante il fatto, trascurabile, che le mancassero due gambe. Imprime sufficiente credibilità al personaggio di una disgraziata ragazza che subisce una menomazione orribile.
Cosa la salva dall’abbandonare ogni voglia di vivere? Lui, il ragazzo-padre appassionato di boxe. Il ragazzo-padre che però praticamente non conosce il figlio, è costretto ad occuparsene dall’oggi al domani, senza preavviso, e che rivela tutta una serie di mirabili doti di totale inappropriatezza ed incapacità al ruolo genitoriale. Comprensione e sensibilità zero. E’ immaturo, certo, dimentica il pargoletto da tutte la parti (a quanto pare non andare a prendere i figli a scuola è un importante e ricorrente indice del livello di predisposizione all’accudimento), ma soprattutto è egoista. E bruto. Un vero buzzurro riesumato per direttissima dall’età della pietra: mangia come un animale, soddisfa i suoi istinti sessuali come un animale, combatte a mani nude con altri uomini, come animali. Eppure, in questo trionfo di violenta animalità, Ali si dimostra l’unica persona in grado di restituire un pizzico di vita a Stéphanie. Grazie alla sua rimarchevole mancanza di tatto riesce a stabilire un contatto diretto con lei senza il minimo rischio di cadere in pietismi di alcun tipo. E senza rendersene conto le lancia una serie di sfide che la ricondurranno ad una parvenza di normalità e accettazione della sua nuova condizione. A ben vedere è tutto lì: la storia si regge grazie all’intreccio di queste due anime sole e disperate, che si aggrappano l’una all’altra. Quindi lui salva lei, ma soprattutto lei salva lui. Stéphanie riuscirà ad addomesticare la bestia, facendo emergere quel briciolo di dolcezza e umanità senza il quale un rapporto umano non potrebbe definirsi tale.
Detto ciò, la totale assenza di sentimentalismi è una secchiata d’acqua fredda. Tutta questa apparente aridità (ma è veramente solo apparente, perché entrando nella cifra di durezza del film si colgono alcuni gesti a loro modo molto profondi) dona ad una storia altrimenti poco innovativa un fascino selvaggio e, nel finale di luce e speranza, per una volta il trionfo del bene ha una carica liberatoria, restituisce fiducia e un po’ di respiro.

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