Recensione su Da morire

/ 19956.851 voti

Nicole Kidman, da morire! / 16 Giugno 2012 in Da morire

Gus Van Sant è il più provocatorio tra i registi americani post-moderni. Dopo aver cominciato la sua carriera con quella grande riflessione data da Belli e dannati sull’iniziazione al sesso di alcuni ragazzi, continua con il suo discorso grazie a questa tesissima black comedy. Da morire è grandioso nella sua capacità di raccontarci il mondo come è realmente. La giovane Susanne Stone vuole solo sfondare in tv senza tanti problemi e senza indugio. E’ il suo sogno ed è disposta veramente a tutto per vederlo realizzato. Anche a compiere atti non proprio amorosi verso il marito quando questo si mette tra lei e il suo successo. La tv è il nuovo nemico di Van Sant: nel suo distruggere e sconvolgere la realtà fa vedere il mondo come non è realmente, ma come chi sta dietro all’azienda televisiva vuole che si veda. La commedia thriler, dal ritmo veloce ed autentico, scorre tra interviste a membri della famiglia di Susanne, fino a finire con una intervista alla stessa donna. Ad essere presi in considerazione in questo film sono i danni che la voglia di successo possono provocare. La giovane Susanne potrebbe essere una buona madre, una buona moglie, una buona vicina di casa, ma decide di “vendersi” per ottenere l’agognato successo. Van Sant riserva una serie di colpi bassi agli spettatori, prendendo per la prima volta in considerazione anche il mondo dei teenagers nelle scuole: Susanne convince seducendoli tre studenti ad aiutarla nel compimento della sua “missione”. La tv entra nelle scuole, ma non è la tv giusta, la tv dell’informazione, no. E’ la tv dell’apparenza, della falsità, quella tv che ritrova milioni e milioni di uomini, donne e bambini, ogni giorno. Al primo film per una major, Van Sant rispolvera tutta la sua arte, il suo brio divertente e la sua tenacia nel sostenere una scuola di pensiero differente da altre varie scuole di pensiero. Non è un capolavoro, questo Da morire: i cambi di tono sono frequenti e a volte sono troppo veloci per poter realmente cogliere le finezze della regia; inoltre l’idea del finto documentario a ripercorrere la carriera della conduttrice alla lunga stanca un po’. Ma comunque, il film conferma se ancora ce ne fosse bisogno che Van Sant è un autore elegante e straordinario, che sa guardarsi intorno e che sa descrivere in ogni modo il disagio mondiale, in questo caso dovuto ad una forma di assuefazione dal successo. Difficile trovare un genere di classificazione al film: molte enciclopedie lo citano sotto “commedia”, ma probabilmente di commedia non si tratta, al massimo si può parlare di black comedy a là Coen, ma siamo un tantino lontani. C’è chi lo cita come “Grottesco”, ovvero non appartenente ad alcun genere preciso, e forse ha ragione. Oppure potremmo dire che è una black comedy leggera con spunti thriller, ma forse la definizione sarebbe troppo lunga. Da morire, per concludere, è adatto per capire una parte della modernità ed ampliarla alla contemporaneità della visione. Cosa si cela dietro le forme della tv? Come si arriva a rivestire un ruolo importante come “entrare nelle case della gente”? Van Sant dà la sua provocatoria versione dei fatti, come suo solito, lontana da ogni costrinzione, o commercializzazione dell’opera. Il film è diventato di culto per gli appassionati del regista, e va ricordato anche per l’interpretazione della Kidman, splendida bambolina di creta, affamata di successo.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext