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Recensione su La sposa cadavere

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19 agosto 2014

A dodici anni di distanza dal successo di “Nightmare before Christmas”, per cui ha riscosso più meriti dell’effettivo regista (Henry Selick), Tim Burton, genio del gotico per eccellenza, torna a cimentarsi nel mondo dell’animazione in stop motion, realizzando un lungometraggio basato su un dramma d’amore made in Russia. Amore e morte per la precisione.

Bianchi e neri evidenziano il decadentismo vittoriano di cui si cibano molte scenografie del regista,
il pallore dei volti e la cupezza delle tenebre invadono il mondo dei vivi, mentre il blu, simbolo di tristezza, spadroneggia nell’aldilà. Vita e morte tornano a scontrarsi e a confondersi in un contesto malinconico e visionario, dando vita ad una fiaba oscura senza precedenti.
Con La sposa cadavere, Burton è riuscito a sfornare una nuova opera che vive del suo imprinting inconfondibile, puntando tutto sull’effetto accattivante dell’immagine e sulla galleria di personaggi mostruosi, scheletrici e putrefatti (animati dalla solita ironica vitalità) che da sempre hanno saputo conquistarsi il pubblico.

Ancora una volta Burton stravolge il mondo dell’ovvio. Oscura cuori umani, facendo palpitare quelli fermi da tempo. Spoglia di umanità i vivi e distribuisce anime ai morti.
Questo è Burton, ed è questo che (mi) piace di lui.

La sposa cadavere è un perfetto equilibrio di emotività ed inquietudine. Cuore e tenebre. Un film magico, che non sa deludere le aspettative.

1 commento

  1. Stefania / 19 agosto 2014

    Invece, amemì deluse decisamente (lo vidi al cinema e poi… mai più, devo sottolinearlo: magari, rivedendolo, lo rivaluterei, chissà).
    Non mi piacque molto la caratterizzazione dei personaggi (Victor mi risultò perfino fastidioso), trovai poco convincente il character design (tranne quello della Sposa). Apprezzai qui e là certe trovate pregevolmente gotiche (nel senso letterario del termine), come quello della Sposa che ama il plenilunio (e che tanto mi ricordò una certa battuta del Joker burtoniano) e mi divertì la sequenza canterina (più à la dìa de los muertos che d’impronta vittoriana) dell’arrivo nell’Oltretomba.
    Poi, nisba.

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