Recensione su Il mondo di Arthur Newman

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16 Settembre 2013

Di una banalità inenarrabile. Pretende di argomentare il problema dell’identità: lui si costruisce un doppio nuovo “Newman” appunto e incontra una ragazza doppia dalla nascita, rubano le identità di molti altri travestendosi in essi, il furto dell’identità è, ad un certo punto, così radicale che diviene il punto di non ritorno . Eppure la molteplicità dell’essere (già Wallace è tante persone insieme, padre, ex marito, compagno, lavoratore, ex atleta, sognatore, come tutti noi) e la difficoltà di mantenere una coerenza in quello che si è risultano decisamente buttate lì senza approfondimento alcuno, con un insieme di coincidenze che sfidano la sospensione della credulità.
Per noi italiani vedervi un abbozzo di un novello Mattia Pascal è automatico, ma dov’è la coscienza dell’impossibilità di crearsi una nuova identità al momento in cui si sparisce? Dov’è l’ansia di far coincidere ciò che si sente da ciò che è percepito dagli altri, che l’essere è l’essere con (inevitabilmente)? Dov’è la sconfitta nel voler essere altro in un mondo che vuole pubblica coerenza? (giusto google riassume il tema di una intelaiatura sociale che vuole raffronti, vuole un passato, una storia, e qui l’ingenuità di Newman è apocalittica, il doppio virtuale oggi è molto semplice da costruirsi)
Non ho capito perché l’abitare le case di altri e soprattutto l’indossarne gli abiti, l’assumerne i nomi sia circoscritto solo al fare sesso (a favorirlo in un certo qual senso).
Sottile moralina finale per cui la responsabilità comunque comanda.

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