Aguirre, furore di Dio

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Aguirre, furore di Dio

1560. Una spedizione di conquistadores spagnoli, guidata da Pizarro, si inoltra nella foresta pluviale alla ricerca di El Dorado, la mitica città dell'oro la cui leggenda era stata diffusa dagli indios tra i colonizzatori. Il gruppo, stremato e a corto di viveri, si divide in prossimità di un fiume ed un manipolo di esporatori viene inviato in avanscoperta: tra i membri del gruppo, vi è anche il folle Lope De Aguirre.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Aguirre, der Zorn Gottes
Attori principali: Klaus KinskiKlaus KinskiHelena RojoHelena RojomaschioDel NegromaschioRuy GuerramaschioPeter BerlingCecilia Rivera, Edward Roland, Daniel Ades, Armando Polanah, Daniel Farfán, Julio E. Martínez, Alxandro Chaves, Antonio Marquez, Alejandro Repullés, Uwe Paulsen, Justo González, Mostra tutti
Regia: Werner HerzogWerner Herzog
Sceneggiatura/Autore: Werner Herzog
Colonna sonora: Popol Vuh
Fotografia: Thomas Mauch
Produttore: Werner Herzog, Hans Prescher
Produzione: Germania, Perù
Genere: Drammatico, Azione
Durata: 93 minuti

Dove vedere in streaming Aguirre, furore di Dio

Aguirre Furore di Dio / 15 Giugno 2020 in Aguirre, furore di Dio

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Aguirre, furore di Dio”: il film più folle del folle Werner Herzog. Un film girato in condizioni totalmente folli con pochissimi mezzi; ma tutte le sequenze sono stilisticamente perfette quanto indicano tutto il pensiero di un autore. In un certo senso “Aguirre: furore di Dio” potrebbe essere definito un film leopardiano: la natura si ribella contro i membri della spedizione di Aguirre. Nella lotta tra l’uomo e la natura la natura si mostra incontrastata vincitrice. Solo un uomo riesce a sopravvivere: il folle Aguirre, un senza Dio che non ha in nessun modo il senso della cultura ma è animale, ed in quanto animale è perfettamente integrato in questo sistema naturale violento(sebbene anche l’ordine culturale si dimostri violento; vedesi la sequenza dell’uccisione dell’indios). Il film, straordinariamente simile ad Apocalypse Now, arriva dunque a conclusioni diverse da quelle di Coppola: laddove Kurtz nel suo umano delirio di onnipotenza viene ucciso come Dio, Aguirre, uomo che si fa Dio naturale, come uno dei 4 elementi di Anassimene, sopravvive alla spedizione e continua nel suo vivo delirare. Herzog mostra quindi i limiti e le contraddizioni dell’umano in un sistema splendidamente e disordinatamente naturale.

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16 Maggio 2013 in Aguirre, furore di Dio

Aguirre furore di Dio.
Diretto da W.Herzog, il film tratta di una spedizione spagnola nella giungla amazzonica.
Siamo nel 1560, il Nuovo Mondo è tutto da scoprire, puro e virgineo ma l’obiettivo della missione è un’altro, siamo di frotne a una missione che si pone fra espansionismo dell’Impero Spagnolo e ricerca della mitica El Dorado.
Il film non è solo questo, riprese bellissime, personaggi molto particolari, una storia avvincente (la spedizione ebbe realmente luogo ma Herzog ha rielaborato liberamente i fatti storici), il talento visionario di Herzog e l’inizio di un’ “amicizia” con Kinski (il tizio nella foto). Tornando alla tramam abbiamo Lope de Aguirre (K.Kinski) un folle luogotenente che in giro di poco, a causa di condizioni favorevoli o sfavorevoli, dipende dai punti di vista, ottiene il comando dell’impresa. Le avversità lo aiutano, il gruppo infatti è allo stremo, non ha cibo, è bloccato nella giungla, gli indios e i fiumi in piena. Insomma, iniziano a pensare al peggio. Ottiene il potere e capiamo subito quanto Aguirre sia tutt’altro che razionale. Egli non solo porterà alla morte e alla distruzione nonché fine dell’impresa ma vuole formare una nuova razza, sposandosi con Flores, sua figlia.

« Sono il furore di Dio, la terra che io calpesto mi vede e trema. »
« Quando regnerò questa terra sposerò mia figlia. Avremo una razza pura. »

DonMax

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30 Agosto 2012 in Aguirre, furore di Dio

Fuori della ragione: come ci sente attraverso lo sguardo maniacale di Kinski che converte l’occhio della camera di Herzog. in questo modo la ragione diventa tempo e spazio dove la spedizione e la ribellione di Aguirre è vivere fuori in quel mondo come fuori dalla ragione. neanche l’onnipotenza e il suo giustificarsi nella ricompensa dell’Eldorado (come il regno di Dio) avrà ragione di fronte alla natura e alle sue fondamentali regole di sussistenza. lentamente, come lo scorrere sul fiume letico della conoscenza, si spegne il delirio della conquista nella bieca violenza degli sconfitti. qui la narrazione di Herzog non si spegne, non diventa retorica della storia: rimane accesa in quello sguardo del magistrale Klaus nell’eloquio finale del furore di Dio.
Lo sguardo di Aguirre non combatte, non parla… accompagna le vicende, accarezza il viso della figlia come l’istigazione ad un destino che porta alla morte. c’è un’irrealismo che solo la finzione filmica può ottenere; la mpd e i suoi movimenti geometrici diventano il pensiero, che sprigiona e interrompe, e poi visione soggettiva e quindi percezione univoca: noi diveniamo aguirre ed è proprio sui di noi che ci accerchiano le scimmie e siamo noi che le scacciamo con metodica indotta, quasi automatica. siamo nel film, siamo pronti alla scena del delirio finale.
La distinzione tra Klaus e Aguirre e la stessa tra l’attore e la sua interpretazione. questo a volte sfugge nella bravura e a fondersi come la zattera riesce ad entrare nella natura che la circonda, come fosse risucchiata, come fosse caduta in un vorticoso non ritorno.

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11 Ottobre 2011 in Aguirre, furore di Dio

aguirreLope De Aguirre fu un avventuriero di origine spagnola, con un passato turbolento caratterizzato da crimini ed imprese temerarie. Arrivato in Perù dalla Spagna nel 1544, si unì a tale Gonzalo Pizarro in una ribellione contro la corona spagnola. Soprannominato Il Traditore, portava con vanto e cinismo tale appellativo, al punto da firmarsi così anche nei documenti ufficiali. Per non smentirsi, dopo aver tradito la causa rivoluzionaria, si pose al soldo del conquistador Pedro de Urzùa: nel bel mezzo della spedizione, Aguirre uccise Urzùa e la moglie e, dopo aver fatto eleggere Fernando de Guzmàn principe del Perù, si fece nominare capo militare della missione. Guzmàn criticava apertamente la sua ferocia: Aguirre lo uccise e, successivamente, si accanì sul prete della spedizione che gli rifiutava l’assoluzione. Dinanzi a tanta efferatezza, il manipolo di uomini che lo accompagnava nella giungla decise di ucciderlo.
Il film di Herzog Aguirre, furore di Dio (1972) racconta proprio della spedizione di Urzùa e del suo tragico epilogo: le difficoltà affrontate dal regista e dalla troupe durante le riprese costituiscono un affascinante parallelo con le vicende raccontate e l’affinità formale e contenutistica della pellicola con il romanzo Cuore di tenebra (1902) di Joseph Conrad rende questo lavoro del regista tedesco un felice episodio metacinematografico. “La recita non deve uscire dalla scena, anche se questa è irriconoscibile e per molti versi non si distingue da quella che aveva ospitato, quattrocento anni prima, i fatti cui il racconto si riferisce. Le insidie della giungla, l’acqua che ha devastato attrezzature e zattere, il caldo che soffoca i soldati nelle loro armature, il tormento degli insetti, le malattie (ci sarà anche un caso di epatite virale), la schiera di indios del tutto simile a quella che nel passato aveva smarrito le spedizioni spagnole, tutto concorre a precipitare i protagonisti nella confusione, a portare la teatralità alle soglie della follia” [1].
Nonostante i grossi problemi organizzativi ed il timore del protagonista, Klaus Kinski, di essere aggredito dagli indios esausti (la produzione ricevette una denuncia da parte di Amnesty International), il film si concluse regolarmente. “Aguirre resta (…) la più grande interpretazione di un attore [Kinski] il cui confondersi nel personaggio per una volta è preferibile a quell’altro smarrimento, al suo errare in parti di nessun rilievo, filmetti da quattro soldi, dove il ruolo di nazista, torturatore, sadico, ecc., ne faceva il gelido automa della peggiore macchina cinematografica” [1].
Di Aguirre colpisce l’aderenza con la situazione vissuta da Herzog e dai suoi dipendenti: si tratta di una vicenda unica ed irripetibile, in cui la progressiva consunzione degli oggetti di scena e dei macchinari, la costruzione delle zattere e delle strutture utili al set, lo smarrimento e l’angoscia sono dati reali drammaticamente simili a quelli fittizi proposti dalla sceneggiatura. “Le parti più coinvolgenti e toccanti del film sono quelle in cui il silenzio e il respiro della natura, la giungla che si anima di presenze selvagge, il procedere delle acque e la pena degli uomini, costruiscono lentamente una scena larga e possente, dove domina un’ansia di distruzione e volontario declino” [1].
Ed è nel racconto dell’avventura coloniale che il film di Herzog offre al pubblico tutte le proprie analogie con il citato romanzo di Conrad: “Sbarcare in un pantano, marciare attraverso i boschi, e in qualche posto avanzato dell’interno sentire che la natura selvaggia, tutto quel che si può dare di più selvaggio s’è richiuso attorno a lui; tutta quella selvatica vita che si agita misteriosamente nella giungla, nella foresta, nel cuore dei barbari” [2].
La vertigine della cospirazione, l’intrigo generato dall’isolamento e dalla paura dei membri della spedizione, il sospetto, il tradimento: tutto converge nel drammatico arrivo al fiume, un corso d’acqua che sembra ipnotizzare l’uomo con un “fragore ininterrotto, uniforme, precipitoso e furente” [2] e che sarà la tomba di Aguirre.
Nel rapporto con la natura si intuisce “la tenebra di una notte impenetrabile” [2]: “il dominio [sullo spazio naturale], la ragione ideologica di quel dominio, la giustificazione procurata dal sapere, dalla civiltà, la sconfitta continua di questo sapere, smentito dal silenzio e dalla tenacia di una terra primigenia, un labirinto (…), è questo un altro modo di vedere la storia di Aguirre. L’esito dello scontro è la sottomissione ad una legge animale, brutale, tanto lontana quanto identica alla purezza ideale ed utopica del missionario; si ripete un ciclo perverso che dall’isolamento e dalla lotta per la sopravvivenza distacca un’astratta convinzione di dominio assoluto, di possibilità infinite, di conquista e di impero, ne fa un culto che si esprime nel rito sanguinario, nell’esercizio indiscriminato di quel potere sulla vita” [1].

[1] Paolo Sirianni, Il cinema di Werner Herzog, ed. Liberoscambio, 1980
[2] Joseph Conrad, Cuore di tenebra, ed. Einaudi, 1974

 

Visto con audio leggermente fuori sincro, sequenze saltate e colori pressoché dissolti su pellicola iper-consumata, consunta al punto che la battuta-chiave è andata persa.
A parte il viso e lo sguardo perfettamente allucinato, inquietante e pieno di affascinante follia di Kinski ricordo, perciò, poco altro.

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