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Recensione su The Hours

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30 gennaio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un film emozionante e rarefatto, più poetico che esplicativo, per questo a tratti anche frammentario, nella sua pretesa di rappresentare con immagini le sensazioni di vita-amore-morte-noia che scuotono e opprimono i personaggi. Non si tratta semplicemente della vita di tre donne, ma della vita di tre anime di donna legate a quel romanzo di Virginia Woolf che Nicole Kidman cerca di scrivere, su cui Meryl Streep fantastica e che Julianne Moore vede come chiave di libertà: “Mrs Dalloway”. Ogni vita che compare nel film appare legata a Virginia Woolf, all’esistenza e ai dolori di questa donna-scrittrice che vaga inquieta, nella sua casa come nella sua mente, alla ricerca di un senso: l’acqua nel suicidio mancato di Juliane Moore (infatti Virginia Woolf si suicidò annegando in in fiume), l’omosessualità (è nota la relazione della Woolf con la poetessa Vita Sackville-West) e la morte. La Woolf nel suo romanzo deve far morire qualcuno: è Septimius, il veterano di guerra affetto da problemi psichici che si suicida perché oppresso dal dolore e dalla realtà di quello che ha vissuto; il regista nel suo film farà morire ancora colui, che, malato, preferisce troncare la sua esistenza piuttosto che vivere negli stenti: Richard, lo scrittore, che si getta, tra l’altro, dalla finestra, come il Septimius di “Mrs Dalloway”. È dunque il poeta, il visionario, che deve porre fine alla sua vita, come farà la stessa Virginia Woolf, anche lei malata e incatenata da una realtà che non riusciva più a comprendere. Accanto alla ricerca del senso della vita e della morte (ricordo ancora, a questo proposito, la scena della morte dell’uccellino, dove dagli occhi di Nicole Kidman si comprende che Virginia Woolf sta cercando e forse trovando una bellezza anche nella fine della vita), un altro tema che si sviluppa nel film è la ricerca di significato nella donna, in quanto essere poetico e spirituale, che non può svilupparsi tra barriere che non le appartengono. Ovviamente anche questo tema era molto caro a Virginia Woolf che scrisse, tra le altre cose, un saggio intitolato “Una stanza tutta per sé”, tratto da alcune conferenze da lei stessa tenute. In questo libretto, con linguaggio franco ed elegante, viene spiegato che ad una scrittrice – e mi sentirei di aggiungere, ad una donna in generale -, per scrivere un’opera davvero compiuta, occorre avere la mentre sgombra da qualsiasi preoccupazione economica e sociale, ossia avere una stanza tutta per sé dove poter esprimersi senza dover dipendere da un uomo, dalla morale comune o da atteggiamenti compiacenti. In “The hours” le donne cercano la loro emancipazione e, tra lacrime, baci e fughe dalle prigioni, sembra che siano sulla strada buona per trovarla.

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