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Recensione su The Box

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La nostra vita in una scatola. / 13 marzo 2011 in The Box

E’ questo l’immediato concetto esistenzialista che resta nella memoria – la nostra scatola cranica – dopo aver visto The Box, l’ultimo film di Richard Kelly, regista di grandi promesse e di alterne fortune, osannato per il successo di “Donnie Darko” e spedito al tappeto qualche anno dopo per l’incredibile “Southland Tales – Così finisce il mondo”, miscela di stile e talento, ostentazione e spreco. Un grandissimo Frank Langella muove le fila di questo mistery-thriller dai primi venti, venticinque minuti quasi perfetti: è lui, con il volto orribilmente sfigurato, a consegnare una scatola alla famiglia Lewis, un meccanismo dalla forma sinistramente piramidale con un pulsante rosso in cima, la cui eventuale pressione scatenerà due fatti incontrovertibili: qualcuno, da qualche parte del mondo, morirà e la famiglia Lewis riceverà un milione di dollari in contanti. Tax free. L’accordo è spiegato con impassibile autocontrollo dal misterioso Langella (Arlington Steward nel film), che si muove con i gesti calcolati e imperturbabili da artefice del mondo, un demiurgo mefistofelico rigido e sinistramente autorevole, avvolto com’è in quel cappotto scuro. Sarebbe stato semplice calare tutto questo mistero nel freddo di un inverno gotico e monocorde, e invece, in pieno stile Richard Kelly, una scenografia sfarzosamente anni settanta avviluppa i protagonisti in un Natale psichedelico e allucinogeno, impacchettandoli in una carta da parati le cui geometrie sembrano rubate da quelle di Victor Vasarely. Il dubbio si insinua nello spettatore, che partecipa con angosciata commiserazione alla caduta verticale delle aspettative di vita di Norma (Cameron Diaz) e Arthur (James Marsden) Lewis: a lei viene comunicato l’aumento delle tasse scolastiche, a lui una brusca interruzione di carriera. Cosa fare col pulsante? E’ possibile convivere con il senso di colpa di aver provocato la morte di uno sconosciuto? Nel cuore di una irrequieta e tesa riunione domestica viene presa la decisione. Da lì in avanti il film cambia registro, e da mistery-thriller si fa thriller cospirazionista, fantascientifico, un impasto poco chiaro tra “X-Files” e “Ai confini della realtà”, anche se non mancano sequenze magistrali (su tutte il Babbo Natale col campanellino nell’unica scena d’azione del film). Un film irrisolto, che mette in luce ancora una volta pregi e difetti di un autore che incredibilmente, già a 26 anni, aveva raggiunto l’apice della carriera a carriera non ancora iniziata, firmando un capolavoro – Donnie Darko – che è oggi soprattutto un fardello artistico e stilistico inesorabile con cui fare i conti ogni volta. Ci ha provato, questa volta, adattando un racconto (“Button, button”) di Richard Matheson, con risultati ambigui e imprevisti. Poteva fare di più.

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