Minari

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Minari

Anni Ottanta del Novecento. Una famiglia coreana si trasferisce in Arkansas, per avviare una fattoria.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Minari
Attori principali: Steven YeunSteven YeunHan YeriHan YeriYoun Yuh-jungYoun Yuh-jungWill PattonWill PattonAlan KimAlan KimNoel Kate Cho, Scott Haze, Darryl Cox, Esther Moon, Ben Hall, Eric Starkey, Jacob Wade, James Carroll, Jenny Phagan, Tina Parker, Chloe Lee, Joel Telford, Kaye Brownlee-France, Skip Schwink, Tea Oh, April Warren, Debbi Tucker, Ed Spinelli, Warren Lane, Mostra tutti

Regia: Lee Isaac ChungLee Isaac Chung
Sceneggiatura/Autore: Lee Isaac Chung
Colonna sonora: Emile Mosseri
Fotografia: Lachlan Milne
Costumi: Charlotte Golden, Susanna Song, Amy Higdon
Produttore: Brad Pitt, Dede Gardner, Steven Yeun, Jeremy Kleiner, Joshua Bachove, Christina Oh
Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Durata: 115 minuti

Dove vedere in streaming Minari

Indifferente / 10 Maggio 2021 in Minari

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Minari ha saputo lasciarmi indifferente come pochi altri film.

Nel complesso, mi è sembrato un esercizio in stile che mi pare non abbia saputo sfruttare in alcun modo la sua ostentata matrice asiatica.
Intendo dire: benché i personaggi del film tendano a rimarcare appena possono la loro origine coreana, quel che accade nel film, tutto quello che accade, non sembra mai legato al particolare contesto culturale di provenienza dei protagonisti.
Tolte le fisionomie degli attori che compongono il nucleo famigliare intorno a cui ruota la storia, c’è nulla che “giustifichi” l’elemento narrativo dell’estraneità geografica.

Non credo di aver mai visto una capacità di ambientamento indolore e repentina come quella messa in scena in questo film. Ouh, ben venga una simile comunione antropologica e culturale, ci mancherebbe. Ma il concetto di alterità e quello di confronto che, forse, a torto, davo per scontato di trovare in questo film è completamente assente.

Piuttosto, nella sua mancanza di conflitti con l’esterno, Minari mi è parso un film “triste” che parla implicitamente di omologazione e resa.
In sostanza, il voto è legato alla confezione: la regia è una presenza discreta (che eccede con leziosità fini a se stesse come i fermo immagine sugli oggetti); idem la colonna sonora; la fotografia è gradevole, morbida e pulita.

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M(inari) / 26 Aprile 2021 in Minari

Lo storico trionfo di Parasite ha sicuramente aperto una breccia (e una fetta di mercato) per i film sudcoreani all’interno dell’industria statunitense, cosa che erano riusciti a fare solo parzialmente i Park Chan-wook e i Kim Ki-duk. Al di là ovviamente del fatto che Minari non è esattamente un film sudcoreano: il regista è nato a Denver e a produrre il film è la Plan B di Brad Pitt. L’ambientazione è l’America profonda. Di asiatico ci sono solo le origini, quindi, e un’apparenza estetica.
Il film segue le vicende di una famiglia sudcoreana immigrata negli Stati Uniti negli anni ’80, che dalla California si sposta nell’Arkansas dove il padre segue il suo desiderio di diventare agricoltore. La scelta scombina la serenità familiare, specie dei coniugi, che diventa ancora più fragile con l’arrivo della nonna dalla Corea.
Partendo dai suoi ricordi, Chung scrive un dramma familiare dal passo calmo, dallo sguardo infantile (il filtro del racconto è quello del piccolo David, otto anni), che cerca di seguire la scia dei maestri orientali del cinema di famiglia come Ozu o Kore’eda, ma che di quei registi sembra la versione contraffatta o edulcorata.
È piuttosto interessante il contesto culturale di Minari, ovvero il racconto di come il sogno americano dell’uomo che viene dal nulla e si fa da solo, coltivando o costruendo, colonizzando territori inesplorati, sia diventato un sogno globale e che poi, come reazione alla Reaganomics, sia tornato negli Usa custodito dagli immigrati, replicando un ciclo storico che rimanda alla fine del secolo prima, quando i cinesi sognavano di integrarsi grazie alle ferrovie.
Di questo discorso a Chung interessa solo il lato affettivo e sentimentale, con le radici che diventano simbolo dell’intero film, in senso metaforico (le origini coreane che la nonne vorrebbe che i nipoti almeno un po’ conservassero) e in senso simbolico, quelle che ossessionano il padre in cerca di acqua con cui farle crescere e quelle della nonna, che semina il minari – il cui nome italiano è crescione coreano o prezzemolo giapponese – sulla riva di un torrente, sfruttando il fatto che quel seme germogli ovunque.
Peccato, però, che Chung i sentimenti e gli affetti non li sappia realmente raccontare e mettere in scena, perché non sa costruire l’andamento emotivo del film, sembra giustapporre i pezzi e le scene ma non riesce a dargli un’unità, segue il bimbo in modo comodo e un po’ ruffiano, ma non ne fa un vero e proprio punta di vista sulla storia, sfrutta tutti i prevedibili elementi drammaturgici, come la malattia della nonna o quella di David, in modo strumentale. Minari può piacere e intenerire se non si conosce il cinema proveniente da Cina, Giappone, Corea o tutta l’area dell’Estremo Oriente, e in questo potrebbe fornire uno spunto per scoprirne il valore, altrimenti sembra la versione da discount di quei film, di quei registi, di quel modo di raccontare i cambiamenti socio-culturali, di giocare con le tradizioni e metterle in crisi dentro un rapporto familiare.
Una versione leziosa, riempita di zucchero artificiale, in cui lo sforzo di risultare personale sembra celare lo spaesamento di chi si sta perdendo dentro i suoi ricordi.

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Minari riesce a imporsi per la capacità di rappresentare il sogno americano nella sua più genuina forma / 21 Marzo 2021 in Minari

Cavalcando l’onda ‘’hallyu’’ che ha portato, dopo ‘’Parasite’’, il cinema coreano a occupare un posto di rilievo nel panorama cinematografico contemporaneo, ‘’Minari’’, scritto e diretto da Lee Isaac Chung, e con protagonista l’ormai ex Glenn di ‘’The Walking Dead’’ Steven Yeun, riesce a imporsi per la sua leggerezza, sia per i suoi toni ‘’indie’’ che sfumano nel drammatico, sia per la capacità di rappresentare il sogno americano nella sua più genuina forma.
Uno spaccato di vita familiare ( e rurale ) ai tempi dell’edonismo reaganiano che incarna il verace spirito della speranza, con tutti i crismi di due diversissime culture.
Un labile contrasto tra aspirazioni e costumi che sfocia in un displuvio di vedute e idee che hanno il classico sapore del confronto.
il dialogo, prevalentemente coreano, troneggia come fonema in balia delle emozioni, rimanendo al contempo un porto sicuro. Quasi una seconda terra dove rifugiarsi.
La colonna sonora firmata da Emile Mosseri, che rende ancor più vera la sceneggiatura ( nata come biografia dello stesso regista ), si fonde con la fotografia in un susseguirsi di riverberi e prospettive che contestualizzano il sentimento di rinascita del protagonista, e della sua famiglia.
Steven Yeun, dopo ‘’Burning – L’amore brucia’’ offre un’altra intensa interpretazione, così come la bellissima ed eterea Han Ye-ri, qui alla sua prima esperienza in un film americano ( anche se lo spacciano per straniero ), ma è l’eccezionale Youn Yuh-jung a incantare la platea, con la costruzione di un personaggio che sembra uscito da un ‘’dorama’’ di stampo quasi neo-realista.

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Questo film e “Wonder Woman 1984” sono nello stesso universo… / 25 Gennaio 2021 in Minari

A quanto pare la lezione è che gli anni ’80 erano gli anni delle truffe. Il che, fa male ripensarci ma… è vero. Anni di gente che si è ritrovata per la prima volta piena di opportunità e non ha tenuto in conto gli squali.

I figli di quella generazione cominciano a raccontarlo, dal loro punto di vista, quello di bambini. Il padre di famiglia è invincibile; i litigi con la madre passeggeri; la sfortuna non fa più male di un ginocchio sbucciato; la nonna, semplicemente, è magica.

Il film si concede di seguire una parabola tragica ma dilatando i tempi e rinunciando ai contrasti bruschi, così che quella tragedia non sia mai percepita come tale, nonostante il coinvolgimento emotivo sia irresistibile (con il tenerissimo e fragile Alan Kim, la nonna disadattata Youn Yuh-jung, il padre Steven Yeun e la degenerazione del suo entusiasmo).

Più struggente di tutto, però, è la colonna sonora di Emile Mosseri al piano scordato. Mi ha ricordato (non perché sia simile, ma me l’ha suggerita) quella di Re delle terra selvaggia.

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