Recensione su Les Miserables

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INSTABILITA’ DI FONDO / 21 Novembre 2013 in Les Miserables

Allora: premetto di averlo visto all’Arcobaleno, probabilmente il peggior cinema di Napoli, con un’acustica raccapricciante.

Si tratta di un film parecchio imperfetto. Per carità: grandissime scenografie, una buona fotografia, ed uno Hugh Jackman all’apice – in quella che è la sua interpretazione più intensa di sempre (rivelandosi anche parecchio intonato); senza nemmeno dimenticare la brava Anne Hathaway, che nella sequenza della prostituzione tocca un livello recitativo-canoro altissimo.
La prima questione riguarda Russel Crowe. E chiariamo: io venero quest’uomo. Mi piace pure nel ruolo di Javert; e canta decentemente sulle tonalità basse. Eppure su quelle alte non regge: diventa ridicolo, un poco goffo, decisamente poco adeguato ad alcune sequenze drammatiche.
La seconda questione riguarda le canzoni. Alcune si fanno notare di più, e risaltano senza dubbio. Ma parecchie si appiattiscono, non coinvolgono. E in particolar modo: SONO TROPPE. Ora, capisco che si tratta di un’opera riadattata dal musical di Schönberg; nondimeno una maggior presenza di recitativo avrebbe fatto bene al film, che invece, incatenato ad una sequenza continua, rende il tutto irreale, a tratti davvero fastidioso. Per quanto io non sia generalmente incline a questo genere di pellicole (mi riferisco ai musical), talora ho avuto il piacere di ricredermi, constatando un buon equilibrio che non nuoceva alla godibilità della storia (il caso più recente è stato con lo “Sweeney Todd” di Burton, di cui pare intrisa la prima sequenza di presentazione nella locanda dei Thénardier). In questo caso, però, la distanza era troppa, cosicché non sono quasi mai riuscito a trarne un vero e reale coinvolgimento: mi sentivo come la fotocopia di uno spettatore, quasi che lo schermo fosse lontanissimo e la storia non mi tangesse (assurdo, con Hugo dietro le quinte).
La terza questione riguarda il montaggio, in certi punti un pochetto affrettato; nonché i movimenti di macchina indecisi e alcuni campi e controcampi non convincenti.
Per necessità, tralasciamo il fastidio della tematica cristiana, provvidenziale ed imperante, e pure il filantropismo nazionale, che assieme costituiscono un limite (da contestualizzare) di Hugo, e che non è opportuno affrontare qui.
In definitiva, il film avrebbe potuto essere migliore, ma questo avrebbe dovuto comportare un lavoro maggiore alla sceneggiatura, con cui, forse, si sarebbe tradito il musical originale – sebbene a vantaggio della pellicola – ed è tutto, pertanto, da ricondurre ad una scelta squisitamente registica.

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