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Recensione su La grande bellezza

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28 maggio 2015

Nella prima metà del film lo sguardo di Jep Gambardella si posa sulla Roma decadente di una borghesia volgare e parassita; sguardo critico, cinico, ma anche (come ogni cinismo) vagamente moralista. Eppure Jep di quel mondo decadente ha accettato di far parte a pieno titolo, anche con una certa visibile soddisfazione. Sullo sfondo la grande bellezza di Roma, ma è difficile dire se contrasti o sottolinei la volgarità dei festini degli arriccchiti.
A un tratto, con la comparsa di Ramona, sembra che Jep stia per assumere il ruolo di un Pigmalione, deciso a elevare la sua nuova amica a una forma di volgarità più raffinata. Ma lo spunto ben presto evapora con la morte della donna, e prende il sopravvento il tema più scontato del sentimento del tempo che passa e del timore della fine. Poi, inesplicabilmente, più o meno dall’episodio della giraffa, il film vira verso l’onirico e il grottesco, toccando il culmine nell’episodio della monaca santa. La critica di costume è sempre presente (il cardinale che parla solo di cibo), ma declinata in forme irreali, e quindi anche più ambigue.
Sembra quasi che il regista abbia perso il controllo del film. Forse Sorrentino si è reso conto di non essere in grado di riempire tutte le due ore di durata con altre immagini di mondanità degradata, nell’assenza sostanziale di trama. Come che sia, mi pare che ci troviamo di fronte a un film ambizioso, visivamente impeccabile (i primi quindici minuti sono da antologia), ma fondamentalmente sbagliato.

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