Recensione su Oltre la notte

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Il cielo capovolto / 15 Marzo 2018 in Oltre la notte

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Fatih Akin ha scelto di raccontare un dramma dalle forti connotazioni contemporanee, ma dal sapore ancestrale. Cosa accade nella vita di chi sopravvive alla morte violenta di una o più persone amate, strappate alla vita senza una causa che non sia quella della follia altrui?

Prendendo spunto da una serie di fatti di cronaca avvenuti in Germania fra il 2000 e il 2007, il lavoro del regista tedesco sembra inscriversi nel solco della Lady Vendetta, quest’anno salito definitivamente alla ribalta cinematografica con Tre manifesti a Ebbing… di McDonagh.
Le differenze tra i due film sono profonde e costitutive, ma… Qui, come là, c’è una donna anticonformista vittima della violenza ingiustificabile e di una giustizia che, nella sua equanimità, sembra ottusa, cieca e sorda, oltre che discriminatoria. Qui, come là, una donna comune (di solito, al cinema, vedi Monicelli o il recente film di Raúl Arévalo, si parla di “uomini tranquilli”) medita una rivalsa e sembra pronta a qualsiasi cosa, pur di ottenerla. Qui, come là, si parla di discriminazioni e odio razziale radicati nella società locale che inficiano i comportamenti umani.
Akin, come McDonagh, sembra provocare il pubblico, per indurlo alla riflessione.
Oltre che nel tono generale, però, la differenza sostanziale tra i due film risiede nei rispettivi finali che esplicitano la visione estremamente personale dei due registi sulla questione morale trattata.

Il film di Akin è diviso in tre capitoli, in un crescendo emotivo che raggiunge l’apice e la miglior compostezza formale nell’ultimo terzo, dove le parole e i comportamenti “logici” sono accantonati definitivamente a favore di atti silenziosi e irreversibili.
La protagonista, una intensa Diane Kruger, premiata a Cannes, si è posta un obiettivo, dopo aver annullato ogni legame con il mondo che la circonda (allontana la madre e la pur amata sorella, non intende stabilire un legame con il nipote neonato).
Un blando simbolismo concorre a delineare il quadro definitivo (la ricomparsa del mestruo sembra suggellare una scelta; il rapporto intangibile tra la donna che chiede vendetta e quella che ha concorso al suo dolore sembra percorso da un fremito ferino; il cielo e il mare che si capovolgono cambiano ulteriormente le coordinate di un mondo già confuso… Oppure, le ricompongono, dipende dai punti di vista).

Pur compatto e pur avendolo apprezzato nel suo complesso, al film di Akin rimprovero un certo didascalismo, purtroppo evidente fin dalle prime sequenze, quando, per esempio, la protagonista difende platealmente il figlio, o nella definizione dei personaggi, divisi in maniera logicamente manichea in buoni e cattivi (le “ombre” sulla condotta di Katja/Kruger sono assai relative e non inficiano l’empatia nei confronti di un’eroina correttamente imperfetta).

Certo è che, a dispetto della resa, ad Akin devo comunque riconoscere il merito di aver deciso di affrontare con sincerità almeno due temi affatto banali.
Oltre a quello dello smarrimento di chi deve gestire, impotente e realmente incompreso, il peso di un dramma della portata descritta, credo che un altro elemento interessante del film sia rappresentato dalla conferma che i rigurgiti nazi(fasci)sti dovrebbero essere monitorati e perseguiti come tali, per il solo fatto di esistere, a prescindere dall’esito delle farneticazioni di chi li abbraccia. Il pericolo di un collasso sociale generale è endogeno, canceroso, e, a dispetto del fatto che la Germania sembra aver fatto apertamente i conti con il suo oscuro passato ideologico, Akin afferma che nessun Paese ne è immune.

Dettaglio significativo: la colonna sonora originale è stata affidata a Josh Homme, cantante e chitarrista dei Queens of the Stone Age e, con particolare riferimento a quanto raccontato nel film, membro degli Eagles of Death Metal, la band che era sul palco, al Bataclan di Parigi, durante il noto concerto del novembre 2015 diventato protagonista di un mortale attentato terroristico. Isis o nazismo, poco importa: la radice razzista e intollerante è comune. Homme è un sopravvissuto e, seppur le dinamiche che lo hanno coinvolto sono diverse rispetto a quelle descritte nel film di Akin, ha dovuto sicuramente fare i conti con l’idea di essere un rimasto.

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