2017

Oltre la notte

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Oltre la notte
Oltre la notte

Amburgo. Dopo l'improvvisa morte del marito e del figlio uccisi dallo scoppio di una bomba, Katja vede la propria vita andare in pezzi.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Aus dem Nichts
Attori principali: Diane KrugerDenis MoschittoNuman AcarJohannes KrischUlrich BrandhoffHanna Hilsdorf, Ulrich Tukur, Henning Peker, Laurens Walter, Uwe Rohde, Aysel Iscan, Christa Krings, Adam Bousdoukos, Jessica McIntyre, Melanie Struve, Samia Muriel Chancrin, Karin Neuhäuser, Siir Eloglu, Rafael Santana, Youla Boudali
Regia: Fatih Akin
Sceneggiatura/Autore: Fatih Akin
Colonna sonora: Joshua Homme
Fotografia: Rainer Klausmann
Costumi: Katrin Aschendorf
Produttore: Fatih Akin, Mélita Toscan du Plantier, Marie-Jeanne Pascal
Produzione: Germania
Genere: Drammatico
Durata: 106 minuti

Oltre la cultura della morte / 22 Marzo 2018 in Oltre la notte

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Vorrei soffermarmi su due aspetti che mi hanno colpito riflettendo su quest’opera.
L’assoluzione dei due neonazisti è funzionale allo snodo narrativo del film poiché indirizza verso la vendetta, tema inesauribile della storia umana. Inoltre è una grossa sollecitazione emotiva nei confronti dello spettatore per rinsaldare il suo legame con la parte “giusta”, con cui pure io mi identifico. In fondo noi spettatori abbiamo visto tutto, sappiamo quale sia la verità della vicenda. Quindi siamo portati a reagire e a pensare la Giustizia come un’entità ottusa, quasi disumana. In realtà l’autore sembra dirci: attenzione, la Giustizia, in un paese civile, non può essere esercitata in modo emotivo, gli inputati devono essere sempre condannati con prove che vadano oltre ogni ragionevole dubbio. Fossero anche gli inputati persone spregevoli, come quelle qui mostrate (la gioia esibita dalla donna nazi è volutamente portata sopra le righe in modo da raggiungere l’oscenità). Il Nazismo non si combatte chiedendo alla Giustizia azioni che non le competono, ma su ben altri piani e qui l’autore non ci lascia senza risposte e lo fa grazie alla figura del padre-testimone. Una brava persona che non è riuscito ad andare fino in fondo alla sua opposizione. E’ fantastico quasi inverosimile nella sua sincerità. Dice “Io sapevo”, sottintendo “Io sapevo, ma non ho fatto niente”. In un Europa in cui soffiano fortissimi venti populisti questo mi sembra un messaggio di grande portata civile. (non so se queste fossero le intenzioni di Akin, ma le vere opere d’arte aprono sempre a disparate interpretazioni).
Chi vedrà questo film sarà facilmente persuaso che non siamo in presenza della classica narrazione della vendetta, quella di Hollywood, per esempio. La vendetta non può sanare il dolore, né tantomeno fare giustizia. Questo è banale. In realtà assistiamo alla provocazione di una persona già morta, consapevole che il suo mondo è finito. Sa benissimo che non otterrà nulla. La vendetta suicida sembra un ponte che unifica i morti vittime e i morti portatori della cultura della Morte. Non possiamo trarne conclusioni confortanti. Aggrappiamoci nel simbolo del cielo finale.
Fatih Akin non mi delude mai, anche se i cinefili potranno trovare imperfette le sue opere: per me sono sempre potenti macchine narrative che alimentano il pensiero.

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Il cielo capovolto / 15 Marzo 2018 in Oltre la notte

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Fatih Akin ha scelto di raccontare un dramma dalle forti connotazioni contemporanee, ma dal sapore ancestrale. Cosa accade nella vita di chi sopravvive alla morte violenta di una o più persone amate, strappate alla vita senza una causa che non sia quella della follia altrui?

Prendendo spunto da una serie di fatti di cronaca avvenuti in Germania fra il 2000 e il 2007, il lavoro del regista tedesco sembra inscriversi nel solco della Lady Vendetta, quest’anno salito definitivamente alla ribalta cinematografica con Tre manifesti a Ebbing… di McDonagh.
Le differenze tra i due film sono profonde e costitutive, ma… Qui, come là, c’è una donna anticonformista vittima della violenza ingiustificabile e di una giustizia che, nella sua equanimità, sembra ottusa, cieca e sorda, oltre che discriminatoria. Qui, come là, una donna comune (di solito, al cinema, vedi Monicelli o il recente film di Raúl Arévalo, si parla di “uomini tranquilli”) medita una rivalsa e sembra pronta a qualsiasi cosa, pur di ottenerla. Qui, come là, si parla di discriminazioni e odio razziale radicati nella società locale che inficiano i comportamenti umani.
Akin, come McDonagh, sembra provocare il pubblico, per indurlo alla riflessione.
Oltre che nel tono generale, però, la differenza sostanziale tra i due film risiede nei rispettivi finali che esplicitano la visione estremamente personale dei due registi sulla questione morale trattata.

Il film di Akin è diviso in tre capitoli, in un crescendo emotivo che raggiunge l’apice e la miglior compostezza formale nell’ultimo terzo, dove le parole e i comportamenti “logici” sono accantonati definitivamente a favore di atti silenziosi e irreversibili.
La protagonista, una intensa Diane Kruger, premiata a Cannes, si è posta un obiettivo, dopo aver annullato ogni legame con il mondo che la circonda (allontana la madre e la pur amata sorella, non intende stabilire un legame con il nipote neonato).
Un blando simbolismo concorre a delineare il quadro definitivo (la ricomparsa del mestruo sembra suggellare una scelta; il rapporto intangibile tra la donna che chiede vendetta e quella che ha concorso al suo dolore sembra percorso da un fremito ferino; il cielo e il mare che si capovolgono cambiano ulteriormente le coordinate di un mondo già confuso… Oppure, le ricompongono, dipende dai punti di vista).

Pur compatto e pur avendolo apprezzato nel suo complesso, al film di Akin rimprovero un certo didascalismo, purtroppo evidente fin dalle prime sequenze, quando, per esempio, la protagonista difende platealmente il figlio, o nella definizione dei personaggi, divisi in maniera logicamente manichea in buoni e cattivi (le “ombre” sulla condotta di Katja/Kruger sono assai relative e non inficiano l’empatia nei confronti di un’eroina correttamente imperfetta).

Certo è che, a dispetto della resa, ad Akin devo comunque riconoscere il merito di aver deciso di affrontare con sincerità almeno due temi affatto banali.
Oltre a quello dello smarrimento di chi deve gestire, impotente e realmente incompreso, il peso di un dramma della portata descritta, credo che un altro elemento interessante del film sia rappresentato dalla conferma che i rigurgiti nazi(fasci)sti dovrebbero essere monitorati e perseguiti come tali, per il solo fatto di esistere, a prescindere dall’esito delle farneticazioni di chi li abbraccia. Il pericolo di un collasso sociale generale è endogeno, canceroso, e, a dispetto del fatto che la Germania sembra aver fatto apertamente i conti con il suo oscuro passato ideologico, Akin afferma che nessun Paese ne è immune.

Dettaglio significativo: la colonna sonora originale è stata affidata a Josh Homme, cantante e chitarrista dei Queens of the Stone Age e, con particolare riferimento a quanto raccontato nel film, membro degli Eagles of Death Metal, la band che era sul palco, al Bataclan di Parigi, durante il noto concerto del novembre 2015 diventato protagonista di un mortale attentato terroristico. Isis o nazismo, poco importa: la radice razzista e intollerante è comune. Homme è un sopravvissuto e, seppur le dinamiche che lo hanno coinvolto sono diverse rispetto a quelle descritte nel film di Akin, ha dovuto sicuramente fare i conti con l’idea di essere un rimasto.

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