Recensione su Blade Runner

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19 febbraio 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Parlando di cinema di fantascienza anni ottanta non si può non iniziare che nominando quello che è diventato il film cult per eccellenza, che ha prodotto un’infinità di saggi, discussioni e analisi, che ha costituito (e costituisce) un modello per chiunque voglia fare fantascienza metropolitana e che ha dato meritata fama, purtroppo postuma, all’autore del romanzo da cui è tratto, Philip K. Dick (Do Androids Dream of Electric Sheep?, in Italia Il cacciatore di androidi, del 1968). Non si può quindi non partire dal Blade Runner di Ridley Scott.
Uscito nelle sale nel 1982 non fu il film di maggior successo del periodo in esame, anzi alle prime proiezioni in patria, gli Stati Uniti, ebbe un’accoglienza abbastanza fredda sia da parte della critica sia da parte del pubblico. Complice probabilmente il fatto che il film non puntava su mirabolanti effetti speciali (che pur ci sono e che ottennero una nomination al premio Oscar) o su spettacolari battaglie spaziali, come la coeva saga di Guerre stellari. È con la distribuzione in Europa e con la diffusione delle videocassette, che pian piano Blade Runner è diventato quell’autentico film di culto planetario qual è oggi considerato.
Una Los Angeles di un futuro non troppo distante dal 1982 in cui il film uscì, soffocante e claustrofobica, martoriata da un’incessante pioggia battente, illuminata scarsamente da luci al neon, da mega-cartelloni pubblicitari e dalle fiammate delle raffinerie, questo lo sfondo della vicenda narrata dalla voce fuori campo di Rick Deckard (Harrison Ford). Il protagonista è un cacciatore di replicanti (Blade Runner, così sono definiti nel film i cacciatori) che, dopo essersi ritirato dall’attività, accetta titubante la proposta di un ultimo lavoro. La Tyrell Corporation lo incarica di “ritirare dalla circolazione” un gruppo di quattro replicanti, prodotti dalla stessa ditta e capeggiati dal carismatico Roy Batty (Rutger Hauer). Fuggiti dalle colonie spaziali, dove lavoravano alla stregua di schiavi, tornati e dileguatisi sulla Terra, questi replicanti sono esemplari di un nuovo modello chiamato Nexus 6, superiore all’uomo sia dal punto di vista fisico che intellettuale. Lo scopo della fuga è trovare il loro costruttore, Eldon Tyrell, per convincerlo a prolungare il loro ciclo vitale, programmato per esaurirsi in quattro anni.
Nelle indagini la Tyrell Corporation affianca al cacciatore Rachel (Sean Youg). Questa, presentata come “la nipote di Tyrell”, è in realtà anch’essa una replicante che però non sospetta di esserlo, avendo impiantati dei falsi ricordi d’infanzia.
Il senso di disagio di Deckard durante le indagini è grande, comincia ad avere dubbi sulla missione, e la presenza di Rachel, di cui si sta innamorando, non fa che accrescerli.
Dopo vari inseguimenti e scontri, e dopo aver fatto fuori uno a uno gli altri tre replicanti, Deckard arriva allo scontro finale con Roy sul tetto di un grattacielo dove, in una sequenza memorabile, il replicante gli salva la vita e pronuncia, prima di spegnersi per esaurimento delle proprie funzioni vitali, forse il più famoso e citato monologo della storia del cinema:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
E’ tempo di morire”

Solo in quel momento Deckard comprende finalmente il dramma di quegli esseri. Torna a casa, trova Rachel e con lei fugge verso un luogo imprecisato. Per la prima volta nel film vediamo una sequenza alla luce del sole, immagini aeree in movimento di boschi, fiumi e montagne (ricavati, per motivi di tempo e budget, dagli scarti di pellicola del film di Kubrick, Shining). La voce fuori campo di Deckard ci informa che il modello di Rachel non ha una data di scadenza perché prototipo di ultimissima generazione. Non si sa quindi quando morirà, come per tutti gli esseri umani.
Nel 1992, per il decennale, uscì una versione definita Director’s Cut in cui fu eliminata la voce fuori campo e il finale consolatorio imposto dalla produzione (Rachel sarà destinata a esaurirsi dopo i canonici quattro anni). Fu inoltre insinuato il forte sospetto, grazie all’aggiunta di alcune scene inizialmente scartate, che anche Deckard sia un replicante (idea probabilmente declinata dal personaggio del romanzo Phil Resch, altro cacciatore di taglie cui viene il dubbio di essere lui stesso un androide).
Il film di Ridley Scott diede finalmente meritata fama al suo autore, Philip K. Dick, che vide (metaforicamente, poiché lo scrittore morì prima dell’uscita del film) il moltiplicarsi nel corso degli anni di pellicole tratte dalle sue opere. Bisognerà pero attendere otto anni per vedere un altro film tratto da un suo racconto. Atto di forza (Total Recall) di Paul Verhoeven, tratto dal racconto Memoria totale (1968), esce nel 1990. Dopo è stato un susseguirsi di film che, a parte rare eccezioni, hanno usato Dick solo come spunto perlopiù in pellicole d’azione, molto distanti dai temi ricorrenti dello scrittore.
Blade Runner è stato l’unico film in cui, a inizio riprese, Dick fosse ancora vivo. Profondamente sfiduciato dal mondo di Hollywood, Dick criticò una prima versione della sceneggiatura. Lo studio gli inviò una riscrittura del copione e lo invitò a un provino per gli effetti speciali di una ventina di minuti, preparata appositamente per lui. Lo scrittore fu entusiasta della versione proposta da Ridley Scott e del mondo da che aveva immaginato. Quello che avrebbe pensato dell’opera finita non lo sapremo mai, Dick morì proprio nel 1982, qualche mese prima dell’uscita del film.
Il paradosso è che la fama postuma di cui Dick ha beneficiato (o più che altro gli eredi) è nata da un film che in fin dei conti è molto diverso dall’originale letterario. D’altro canto è difficile pensare a come gli sceneggiatori avrebbero potuto rendere meglio le pagine del romanzo sullo schermo. Possiamo dire che il film mostra alcuni aspetti delle varie possibili trame che il libro offriva al lettore. Lo stesso Scott ammise di non essere riuscito a leggere per intero il romanzo, giudicandolo troppo complesso.
Il regista in pratica ne rielabora gli elementi narrativi, ignorandone alcuni, secondo la propria sensibilità.
Il romanzo di Dick tratteggia i personaggi con una certa ironia, completamente assente nel film. Il Deckard letterario è un ex-poliziotto, sposato con una donna che nel rapporto appare dominante. I replicanti non mostrano “umanità”, privi di quel fascino dark che dimostrano sullo schermo. Sono sicuramente figure negative, senza ambiguità, incapaci di provare empatia e pietà verso i propri simili e verso gli altri, esattamente al contrario che nel film. Una conferma di ciò è che nel romanzo uno dei discrimini netti tra uomo e macchina è la capacità di provare sentimenti verso gli animali, quasi totalmente estinti nel futuro immaginato dallo scrittore.
Il romanzo non approfondisce il tema dei replicanti e della loro situazione, ma è più interessato a trattare dell’impossibilità di distinguere il reale dall’immaginario e l’onirico, piuttosto che l’essere umano dalla sua copia artificiale. Nel film quest’ultimo confine è costantemente messo in discussione, soprattutto nelle versioni successive a quella cinematografica, dove il sospetto che anche Deckard sia un androide diventa palese.
Completamente assente poi nel film le sotto-trame delle visioni mistiche del predicatore Wilbur Mercer, dello showman televisivo Buster Friendly e del tema della manipolazione dei pensieri che ne conseguiva.
In definitiva si può dire che il film è sovrabbondante, dark e romantico, dove invece il romanzo di Dick è scarno, cinico, ironico e allucinato.
Nonostante le licenze che il film si prende dal romanzo, Blade Runner è comunque considerato uno dei migliori adattamenti delle opere di Dick, autore largamente tradito da molte opere realizzate in seguito.
La visione del film permette diversi e stratificati livelli di lettura che andremo a esaminare di seguito. C’è intanto il tema del doppio, incarnato dal concetto di “replicante”. La somiglianza fra esseri umani e robot umanoidi è diventata molto difficile da rilevare, talmente difficile da mettere in crisi la stessa identità dell’uomo. Chi è l’essere umano e cosa lo distingue dalla sua replica? Sembra essere una domanda obbligata da farsi durante la visione.
I replicanti provano delle emozioni profondamente umane, mentre gli umani appaiono cinici e rassegnati, e lo dimostrano nell’aggrapparsi alla loro esistenza e nel cercare una soluzione alla data di scadenza che li vedrà “spegnersi” al compimento dei quattro anni di “vita”. Prima che il capo dei replicanti muoia, riesce a trasmettere a Deckard e allo spettatore, la propria volontà di voler vivere e il rammarico per un’esistenza in cui ha visto cose meravigliose e che tanto aveva ancora voglia di vedere, ma che deve infine arrendersi all’essere umano creatore e alla “data di scadenza” impressa loro.
Qualcuno ha visto nel film un messaggio politico di critica al capitalismo e di rivolta della forza lavoro rappresentata dai replicanti. I replicanti sono in pratica degli schiavi, manodopera specializzata senza diritti. Nonostante ciò, nel film essi fuggono non tanto per liberarsi dalla loro condizione e rivendicare una qualche giustizia sociale, ma per il desiderio più immediato di voler “vivere” al di là dei quattro anni di programmazione. La loro è un’esistenza di “attesa della morte”. Sembrano esseri umani, si comportano come esseri umani, provano emozioni come gli esseri umani, ma il loro ciclo vitale ha la durata di un battito di ciglia e per questo si ribellano.
C’è anche il confronto tra creatura e creatore riconducibile a quella tra padre e figlio o, meglio ancora, a quello tra Dio e l’uomo. Lo scienziato crea la vita là dove non era possibile, elevandosi a demiurgo. Alla fine la creatura uccide il creatore, ricollegandosi a una pletora di predecessori che da Edipo in poi, passando per la creatura di Frankenstein, hanno trattato quest’argomento. Proprio nell’uccisione del creatore il parallelismo con le vicende del Frankenstein di Mary Shelley appare evidente. Roy si scaglia contro Tyrell per non aver esaudito il desiderio di prolungamento della propria vita, così come il desiderio inesaudito della creatura era di avere una compagna, desiderio frustrato dal creatore Victor Frankenstein.
Altro tema è quello dei ricordi e dei sogni. Tornando alla fatidica scena finale della morte di Roy, l’essere artificiale ricorda tutto quello che ha fatto durante la sua breve esistenza e si aggrappa a questi ricordi per trovarne conforto ma anche per denunciare l’ottusità e la mancanza di empatia dell’essere umano, incapace di comprendere le sofferenze altrui.
Ci sono poi i ricordi d’infanzia impiantati in Rachel. Ricordi falsi ma non considerati tali da lei, impossibilitata a discernerne tra quelli reali e artificiali.
Dall’immagine iniziale dell’iride che riflette le luci e i fuochi della città, alle dita di Roy che si conficcano nelle orbite del dottor Tyrell, passando per i replicanti che fanno visita al progettista di occhi, durante tutto il film ricorrono ossessivamente riferimenti agli occhi, forse a voler porre l’accento sulla cecità degli uomini. L’occhio rappresenta l’anima come suo specchio e la domanda che ci si pone è: devi essere un umano per avere un’anima o basta crederlo? Ricordare il proprio passato è la stessa cosa di averlo vissuto o esiste una differenza?
Il futuro claustrofobico in cui è ambientato il film è ben rappresentato dalla città perennemente buia e sotto la pioggia. La didascalia riporta che si tratta di Los Angeles, ma potrebbe essere un sunto di tutte le megalopoli del mondo, tanto l’architettura è caotica e sincretica.
Un futuro che riflette inevitabilmente tutti gli aspetti negativi, o considerati tali, della società degli anni ottanta: le metropoli caotiche, l’inquinamento e la pioggia acida, l’invasione della cultura giapponese, l’incontrollata espansione delle industrie e delle costruzioni architettoniche, la sempre maggiore distinzione tra ricchi (abitanti delle parti alte della città) e poveri (relegati nei bassifondi), lo sviluppo delle biotecnologie senza un adeguamento della legislazione in campo etico.
La città nelle intenzioni del regista doveva chiamarsi San Angeles (nome ripreso anni dopo dal film Demolition Man di Marco Brambilla, 1993) per dare un’idea della spropositata estensione, tale da inglobare le città di Los Angeles e San Francisco (quest’ultima ambientazione originale nel romanzo).
Gli stili sono molteplici e vi si possono riconoscere stralci di New York, Hong Kong, Tokyo, Londra e ovviamente di Los Angeles e San Francisco.
La Los Angeles del film non può non richiamare alla memoria la Metropolis dell’omonimo film di Fritz Lang (1926). Anche quella era una città protesa verticalmente verso l’alto, multi-strato, con i ricchi in alto e le classi più umili in basso.
Una città che a sua volta ha fornito da esempio e da tappa obbligata per chiunque abbia voluto visualizzare una metropoli futuristica in altre pellicole (ad esempio quella de Il quinto elemento di Luc Besson, per citarne solamente una).
L’aspetto tecnologico del film non appare clamoroso. Certo ci sono i replicanti e la sottointesa notevole tecnologia che li ha prodotti, ci sono le auto volanti e le nominate “colonie extramondo”, ma l’atmosfera è molto retrò, da film noir anni quaranta, dove Harrison Ford è un novello Bogart con tanto di impermeabile d’ordinanza e voce fuori campo.
Blade Runner partecipò (inconsapevolmente?) alla nascita di quella che sarà una delle più importanti correnti artistiche e letterarie degli anni ottanta: il cyberpunk.
In pratica si può dire che il film abbia funzionato da innesco e da anello di congiunzione fra quello che era la fantascienza in precedenza e quello che sarà in seguito, visualizzando, come pochi altri film in seguito, i concetti del cyberpunk prima ancora che il termine fosse ufficialmente coniato nel 1983.
Lo stesso William Gibson, autore del manifesto del genere, Neuromante (1984), disse dopo la visione del film che gli scenari del suo romanzo (appena finito di scrivere) erano già tutti lì, sullo schermo, prima ancora che li pubblicasse.
Non il cyberpunk della civiltà dei computer, che nel film appaiono inequivocabilmente datati, ma quello che descrive un futuro non molto distante dove esiste una società profondamente industrializzata, controllata da potenti multinazionali e dove convivono meraviglie tecnologiche e sacche di disperata povertà.

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