14 Recensioni su

Blade Runner

/ 19828.2814 voti

Un classico da 8.5! / 8 Ottobre 2017 in Blade Runner

Questo è un classico che non ha bisogno di presentazioni!
Rivisto dopo tanti anni nella versione “Final Cut” non perde neanche una virgola del suo fascino, mantenendo la sua posizione nei classici senza tempo!
Grandissimo (e affascinante!!!) Harrison Ford…
Mi sa che prima del nuovo “2049” che vedró martedi… mi vedró anche il montaggio dell ‘82!

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Un bel noir. Nulla di più, nulla di meno / 8 Ottobre 2017 in Blade Runner

Blade Runner è un noir fantascientifico, che sa emozionare ma che non fa riflettere. A me piace la fantascienza sopratutto quando è un modo per rfilettere (sulla società o sull’umanità o sul progresso o su qualunque altra cosa), e non solo un suggestivo sfondo visionario.

Con questo, non intendo certo dire che non sia un bel film. Lo è, e credo che la sua fama sia meritata: la costruzione dell’ambientazione è magistrale, la regia efficace, visivamente potente. Con alcune scene un pochino ridicole (la tipa che sa combattere solo facendo sempre la stessa acrobazia…) ma anche con scene memorabili.

Però, mentirei se non dicessi che mi aspettassi di più.
Interessante, comunque, come sia il film a cui si associa sempre Philip Dick. Voglio dire: quando si parla di P.K. Dick, spesso lo si definisce come quello da cui è stato tratto Blade Runner.
Eppure, è un film poco dickiano; ci sono tanti altri film (e non solo) che sono molto più debitori a Dick (nonostante magari non lo citino espressamente) rispetto a Blade Runner.
La differenza tra questo film è “Ma gli androidi sognano pecore elettriche” (il romanzo di Dick) è enorme. Il film è un noir, che punta molto sull’azione e sui cliché del genere, mentre nel romanzo la vicenda “poliziesca” è puramente un pretesto (il duello finale con il capo dei replicanti dura un paio di righe); il film è “romantico”, il libro è pregno di disincanto, a tratti addirittura cinismo; il film è incentrato sui “sentimenti” dei replicanti, il libro invece è centrato sull’umanità che diventa come replicanti: è questo il vero tema del romanzo, gli uomini che perdono empatia, e non si riesce più a distinguere se siano davvero uomini o no; oltre ad essere, in fondo, un romanzo sulla solitudine esistenziale.
Per inciso, il non essere strettamente aderente al romanzo, è un pregio del film (non sopporto i film che tentano pigramente di replicare un romanzo), che ha una propria identità ed anima.

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Bello molto / 7 Ottobre 2017 in Blade Runner

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

A me mi è piaciuto molto, soprattutto l’interpretazione di ezio greggio.

19 Febbraio 2017 in Blade Runner

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Parlando di cinema di fantascienza anni ottanta non si può non iniziare che nominando quello che è diventato il film cult per eccellenza, che ha prodotto un’infinità di saggi, discussioni e analisi, che ha costituito (e costituisce) un modello per chiunque voglia fare fantascienza metropolitana e che ha dato meritata fama, purtroppo postuma, all’autore del romanzo da cui è tratto, Philip K. Dick (Do Androids Dream of Electric Sheep?, in Italia Il cacciatore di androidi, del 1968). Non si può quindi non partire dal Blade Runner di Ridley Scott.
Uscito nelle sale nel 1982 non fu il film di maggior successo del periodo in esame, anzi alle prime proiezioni in patria, gli Stati Uniti, ebbe un’accoglienza abbastanza fredda sia da parte della critica sia da parte del pubblico. Complice probabilmente il fatto che il film non puntava su mirabolanti effetti speciali (che pur ci sono e che ottennero una nomination al premio Oscar) o su spettacolari battaglie spaziali, come la coeva saga di Guerre stellari. È con la distribuzione in Europa e con la diffusione delle videocassette, che pian piano Blade Runner è diventato quell’autentico film di culto planetario qual è oggi considerato.
Una Los Angeles di un futuro non troppo distante dal 1982 in cui il film uscì, soffocante e claustrofobica, martoriata da un’incessante pioggia battente, illuminata scarsamente da luci al neon, da mega-cartelloni pubblicitari e dalle fiammate delle raffinerie, questo lo sfondo della vicenda narrata dalla voce fuori campo di Rick Deckard (Harrison Ford). Il protagonista è un cacciatore di replicanti (Blade Runner, così sono definiti nel film i cacciatori) che, dopo essersi ritirato dall’attività, accetta titubante la proposta di un ultimo lavoro. La Tyrell Corporation lo incarica di “ritirare dalla circolazione” un gruppo di quattro replicanti, prodotti dalla stessa ditta e capeggiati dal carismatico Roy Batty (Rutger Hauer). Fuggiti dalle colonie spaziali, dove lavoravano alla stregua di schiavi, tornati e dileguatisi sulla Terra, questi replicanti sono esemplari di un nuovo modello chiamato Nexus 6, superiore all’uomo sia dal punto di vista fisico che intellettuale. Lo scopo della fuga è trovare il loro costruttore, Eldon Tyrell, per convincerlo a prolungare il loro ciclo vitale, programmato per esaurirsi in quattro anni.
Nelle indagini la Tyrell Corporation affianca al cacciatore Rachel (Sean Youg). Questa, presentata come “la nipote di Tyrell”, è in realtà anch’essa una replicante che però non sospetta di esserlo, avendo impiantati dei falsi ricordi d’infanzia.
Il senso di disagio di Deckard durante le indagini è grande, comincia ad avere dubbi sulla missione, e la presenza di Rachel, di cui si sta innamorando, non fa che accrescerli.
Dopo vari inseguimenti e scontri, e dopo aver fatto fuori uno a uno gli altri tre replicanti, Deckard arriva allo scontro finale con Roy sul tetto di un grattacielo dove, in una sequenza memorabile, il replicante gli salva la vita e pronuncia, prima di spegnersi per esaurimento delle proprie funzioni vitali, forse il più famoso e citato monologo della storia del cinema:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
E’ tempo di morire”

Solo in quel momento Deckard comprende finalmente il dramma di quegli esseri. Torna a casa, trova Rachel e con lei fugge verso un luogo imprecisato. Per la prima volta nel film vediamo una sequenza alla luce del sole, immagini aeree in movimento di boschi, fiumi e montagne (ricavati, per motivi di tempo e budget, dagli scarti di pellicola del film di Kubrick, Shining). La voce fuori campo di Deckard ci informa che il modello di Rachel non ha una data di scadenza perché prototipo di ultimissima generazione. Non si sa quindi quando morirà, come per tutti gli esseri umani.
Nel 1992, per il decennale, uscì una versione definita Director’s Cut in cui fu eliminata la voce fuori campo e il finale consolatorio imposto dalla produzione (Rachel sarà destinata a esaurirsi dopo i canonici quattro anni). Fu inoltre insinuato il forte sospetto, grazie all’aggiunta di alcune scene inizialmente scartate, che anche Deckard sia un replicante (idea probabilmente declinata dal personaggio del romanzo Phil Resch, altro cacciatore di taglie cui viene il dubbio di essere lui stesso un androide).
Il film di Ridley Scott diede finalmente meritata fama al suo autore, Philip K. Dick, che vide (metaforicamente, poiché lo scrittore morì prima dell’uscita del film) il moltiplicarsi nel corso degli anni di pellicole tratte dalle sue opere. Bisognerà pero attendere otto anni per vedere un altro film tratto da un suo racconto. Atto di forza (Total Recall) di Paul Verhoeven, tratto dal racconto Memoria totale (1968), esce nel 1990. Dopo è stato un susseguirsi di film che, a parte rare eccezioni, hanno usato Dick solo come spunto perlopiù in pellicole d’azione, molto distanti dai temi ricorrenti dello scrittore.
Blade Runner è stato l’unico film in cui, a inizio riprese, Dick fosse ancora vivo. Profondamente sfiduciato dal mondo di Hollywood, Dick criticò una prima versione della sceneggiatura. Lo studio gli inviò una riscrittura del copione e lo invitò a un provino per gli effetti speciali di una ventina di minuti, preparata appositamente per lui. Lo scrittore fu entusiasta della versione proposta da Ridley Scott e del mondo da che aveva immaginato. Quello che avrebbe pensato dell’opera finita non lo sapremo mai, Dick morì proprio nel 1982, qualche mese prima dell’uscita del film.
Il paradosso è che la fama postuma di cui Dick ha beneficiato (o più che altro gli eredi) è nata da un film che in fin dei conti è molto diverso dall’originale letterario. D’altro canto è difficile pensare a come gli sceneggiatori avrebbero potuto rendere meglio le pagine del romanzo sullo schermo. Possiamo dire che il film mostra alcuni aspetti delle varie possibili trame che il libro offriva al lettore. Lo stesso Scott ammise di non essere riuscito a leggere per intero il romanzo, giudicandolo troppo complesso.
Il regista in pratica ne rielabora gli elementi narrativi, ignorandone alcuni, secondo la propria sensibilità.
Il romanzo di Dick tratteggia i personaggi con una certa ironia, completamente assente nel film. Il Deckard letterario è un ex-poliziotto, sposato con una donna che nel rapporto appare dominante. I replicanti non mostrano “umanità”, privi di quel fascino dark che dimostrano sullo schermo. Sono sicuramente figure negative, senza ambiguità, incapaci di provare empatia e pietà verso i propri simili e verso gli altri, esattamente al contrario che nel film. Una conferma di ciò è che nel romanzo uno dei discrimini netti tra uomo e macchina è la capacità di provare sentimenti verso gli animali, quasi totalmente estinti nel futuro immaginato dallo scrittore.
Il romanzo non approfondisce il tema dei replicanti e della loro situazione, ma è più interessato a trattare dell’impossibilità di distinguere il reale dall’immaginario e l’onirico, piuttosto che l’essere umano dalla sua copia artificiale. Nel film quest’ultimo confine è costantemente messo in discussione, soprattutto nelle versioni successive a quella cinematografica, dove il sospetto che anche Deckard sia un androide diventa palese.
Completamente assente poi nel film le sotto-trame delle visioni mistiche del predicatore Wilbur Mercer, dello showman televisivo Buster Friendly e del tema della manipolazione dei pensieri che ne conseguiva.
In definitiva si può dire che il film è sovrabbondante, dark e romantico, dove invece il romanzo di Dick è scarno, cinico, ironico e allucinato.
Nonostante le licenze che il film si prende dal romanzo, Blade Runner è comunque considerato uno dei migliori adattamenti delle opere di Dick, autore largamente tradito da molte opere realizzate in seguito.
La visione del film permette diversi e stratificati livelli di lettura che andremo a esaminare di seguito. C’è intanto il tema del doppio, incarnato dal concetto di “replicante”. La somiglianza fra esseri umani e robot umanoidi è diventata molto difficile da rilevare, talmente difficile da mettere in crisi la stessa identità dell’uomo. Chi è l’essere umano e cosa lo distingue dalla sua replica? Sembra essere una domanda obbligata da farsi durante la visione.
I replicanti provano delle emozioni profondamente umane, mentre gli umani appaiono cinici e rassegnati, e lo dimostrano nell’aggrapparsi alla loro esistenza e nel cercare una soluzione alla data di scadenza che li vedrà “spegnersi” al compimento dei quattro anni di “vita”. Prima che il capo dei replicanti muoia, riesce a trasmettere a Deckard e allo spettatore, la propria volontà di voler vivere e il rammarico per un’esistenza in cui ha visto cose meravigliose e che tanto aveva ancora voglia di vedere, ma che deve infine arrendersi all’essere umano creatore e alla “data di scadenza” impressa loro.
Qualcuno ha visto nel film un messaggio politico di critica al capitalismo e di rivolta della forza lavoro rappresentata dai replicanti. I replicanti sono in pratica degli schiavi, manodopera specializzata senza diritti. Nonostante ciò, nel film essi fuggono non tanto per liberarsi dalla loro condizione e rivendicare una qualche giustizia sociale, ma per il desiderio più immediato di voler “vivere” al di là dei quattro anni di programmazione. La loro è un’esistenza di “attesa della morte”. Sembrano esseri umani, si comportano come esseri umani, provano emozioni come gli esseri umani, ma il loro ciclo vitale ha la durata di un battito di ciglia e per questo si ribellano.
C’è anche il confronto tra creatura e creatore riconducibile a quella tra padre e figlio o, meglio ancora, a quello tra Dio e l’uomo. Lo scienziato crea la vita là dove non era possibile, elevandosi a demiurgo. Alla fine la creatura uccide il creatore, ricollegandosi a una pletora di predecessori che da Edipo in poi, passando per la creatura di Frankenstein, hanno trattato quest’argomento. Proprio nell’uccisione del creatore il parallelismo con le vicende del Frankenstein di Mary Shelley appare evidente. Roy si scaglia contro Tyrell per non aver esaudito il desiderio di prolungamento della propria vita, così come il desiderio inesaudito della creatura era di avere una compagna, desiderio frustrato dal creatore Victor Frankenstein.
Altro tema è quello dei ricordi e dei sogni. Tornando alla fatidica scena finale della morte di Roy, l’essere artificiale ricorda tutto quello che ha fatto durante la sua breve esistenza e si aggrappa a questi ricordi per trovarne conforto ma anche per denunciare l’ottusità e la mancanza di empatia dell’essere umano, incapace di comprendere le sofferenze altrui.
Ci sono poi i ricordi d’infanzia impiantati in Rachel. Ricordi falsi ma non considerati tali da lei, impossibilitata a discernerne tra quelli reali e artificiali.
Dall’immagine iniziale dell’iride che riflette le luci e i fuochi della città, alle dita di Roy che si conficcano nelle orbite del dottor Tyrell, passando per i replicanti che fanno visita al progettista di occhi, durante tutto il film ricorrono ossessivamente riferimenti agli occhi, forse a voler porre l’accento sulla cecità degli uomini. L’occhio rappresenta l’anima come suo specchio e la domanda che ci si pone è: devi essere un umano per avere un’anima o basta crederlo? Ricordare il proprio passato è la stessa cosa di averlo vissuto o esiste una differenza?
Il futuro claustrofobico in cui è ambientato il film è ben rappresentato dalla città perennemente buia e sotto la pioggia. La didascalia riporta che si tratta di Los Angeles, ma potrebbe essere un sunto di tutte le megalopoli del mondo, tanto l’architettura è caotica e sincretica.
Un futuro che riflette inevitabilmente tutti gli aspetti negativi, o considerati tali, della società degli anni ottanta: le metropoli caotiche, l’inquinamento e la pioggia acida, l’invasione della cultura giapponese, l’incontrollata espansione delle industrie e delle costruzioni architettoniche, la sempre maggiore distinzione tra ricchi (abitanti delle parti alte della città) e poveri (relegati nei bassifondi), lo sviluppo delle biotecnologie senza un adeguamento della legislazione in campo etico.
La città nelle intenzioni del regista doveva chiamarsi San Angeles (nome ripreso anni dopo dal film Demolition Man di Marco Brambilla, 1993) per dare un’idea della spropositata estensione, tale da inglobare le città di Los Angeles e San Francisco (quest’ultima ambientazione originale nel romanzo).
Gli stili sono molteplici e vi si possono riconoscere stralci di New York, Hong Kong, Tokyo, Londra e ovviamente di Los Angeles e San Francisco.
La Los Angeles del film non può non richiamare alla memoria la Metropolis dell’omonimo film di Fritz Lang (1926). Anche quella era una città protesa verticalmente verso l’alto, multi-strato, con i ricchi in alto e le classi più umili in basso.
Una città che a sua volta ha fornito da esempio e da tappa obbligata per chiunque abbia voluto visualizzare una metropoli futuristica in altre pellicole (ad esempio quella de Il quinto elemento di Luc Besson, per citarne solamente una).
L’aspetto tecnologico del film non appare clamoroso. Certo ci sono i replicanti e la sottointesa notevole tecnologia che li ha prodotti, ci sono le auto volanti e le nominate “colonie extramondo”, ma l’atmosfera è molto retrò, da film noir anni quaranta, dove Harrison Ford è un novello Bogart con tanto di impermeabile d’ordinanza e voce fuori campo.
Blade Runner partecipò (inconsapevolmente?) alla nascita di quella che sarà una delle più importanti correnti artistiche e letterarie degli anni ottanta: il cyberpunk.
In pratica si può dire che il film abbia funzionato da innesco e da anello di congiunzione fra quello che era la fantascienza in precedenza e quello che sarà in seguito, visualizzando, come pochi altri film in seguito, i concetti del cyberpunk prima ancora che il termine fosse ufficialmente coniato nel 1983.
Lo stesso William Gibson, autore del manifesto del genere, Neuromante (1984), disse dopo la visione del film che gli scenari del suo romanzo (appena finito di scrivere) erano già tutti lì, sullo schermo, prima ancora che li pubblicasse.
Non il cyberpunk della civiltà dei computer, che nel film appaiono inequivocabilmente datati, ma quello che descrive un futuro non molto distante dove esiste una società profondamente industrializzata, controllata da potenti multinazionali e dove convivono meraviglie tecnologiche e sacche di disperata povertà.

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24 Maggio 2015 in Blade Runner

Cos’è Blade Runner? Un film memorabile, certo. Un punto fermo nella storia della cinematografia di fantascienza. Un film molto bello. Ma è anche un capolavoro, come molti pensano? No. Blade Runner non è un capolavoro proprio perché il regista ha scelto di farne un «bel film». Mi spiego: guardate per esempio i giochi di luce che animano gli interni, come nella sala della Tyrell Corporation o nel palazzo dove abita J.F. Sebastian. Effetti splendidi, sì – ma che nulla o ben poco hanno a che vedere con la trama. Come le decorazioni (ispirate a Frank Lloyd Wright) della casa di Deckard. Ridley Scott vuole chiaramente colpire lo spettatore, strappare la sua ammirazione, produrre un’esperienza estetica, che però è fine a se stessa, non nasce dalla trama o dal ritratto dei personaggi. Questo sforzo calcolato ha un nome: Kitsch. Blade Runner è spesso – molto, troppo spesso – un film eminentemente kitsch. E il Kitsch di Blade Runner tocca il suo culmine proprio nella scena da tutti più ammirata: il monologo finale di Roy Batty («Ho visto cose che voi umani…»). Kitsch totale, conclamato – Tannhäuser, Orione, i raggi B! – che rende la visione quasi intollerabile, con lo spettatore soverchiato da un prepotente sentimento di Fremdschämen (qui una parte della responsabilità va a Rutger Hauer, che ha suggerito al regista alcune delle battute e l’idea atroce della colomba – ma ovviamente Scott ha approvato il tutto). Lo sforzo di produrre un’impressione «artistica» fa pagare al film una penalità: guardate per esempio le scene di massa in strada, con tutti quei particolari – i costumi, gli ombrelli, le insegne, le lingue incomprensibili – accuratamente disegnati per titillare lo spettatore, e ditemi se c’è un solo attimo che appaia anche lontanamente realistico.

Sono troppo snob? Non credo: ho dato in fondo un voto di 8 stelle. Sto al gioco del regista: mi lascio impressionare. Il film, ripeto, è memorabile, e se si è inciso così a fondo nella mia memoria vuol dire che non è certo un brutto film. Ma non è un capolavoro (a differenza di Alien, per esempio).

Non è neanche un film dickiano. Il libro da cui è tratto, Do Androids Dream of Electric Sheep?, viene seguito molto parzialmente. Blade Runner è un noir, e gli autentici temi dickiani – primo fra tutti il dubbio sulla natura della realtà – compaiono sporadicamente. Ad oggi, il film che più di tutti ha colto la vera poetica di Dick, anche in certi suoi aspetti grotteschi, rimane Total Recall (Atto di forza).

C’è qualche momento sincero in Blade Runner? Almeno uno sì: la storia di Rachel. La bellezza ultraumana di Sean Young, la sua recitazione leggermente monocorde, l’espressione impassibile che a un tratto si scioglie nell’abbraccio di Deckard sono tutti elementi funzionali alla storia della replicante che scopre l’emozione dell’amore. Forse non è un caso che questo sia anche il punto del film in cui il tema dickiano della realtà frutto di un inganno è più presente.

Che altro? Non sono del tutto convinto della prestazione di Harrison Ford, che mi è sempre sembrato attore più congeniale alla commedia. Ogni tanto sembra sfuggirgli qualche espressione vagamente comica. Il Final Cut del 2007 non cambia molto: bene per il finale più ambiguo, bene e male per l’esclusione dei commenti voiceover di Ford: qualcuno era effettivamente superfluo o aggiungeva ulteriore imbarazzo (nella scena della morte di Ray Batty – «da dove vengo, dove vado?»), ma si perde un poco l’atmosfera del noir. Bene per il tour de force di effetti speciali che ha permesso di restituire a Zhora il volto di Joanna Cassidy nella scena dell’inseguimento; male, infine, per il sogno dell’unicorno, che vuole suggerire che anche Deckard sia un androide: un elemento slegato dal resto della trama, l’ennesima trovata fine a se stessa.

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Vado controcorrente / 30 Aprile 2015 in Blade Runner

Uao che delusione. Ho trovato il film di una lentezza abominevole , con dialoghi anche belli per carità ma troppo lunghi. Ambienti monotoni , chiusi, sempre uguali. Atmosfera costantemente soporifera, sembra che gli attori recitino sotto valium.
Trovo che sia uno dei film più sopravvalutati della storia del cinema.

Un must have del cinema. / 4 Febbraio 2015 in Blade Runner

Film imperdibile a detta di tutti che alla fine sono riuscito a vedere anche io. Bello davvero, Harrison Ford giovane e forte, Rutger Hauer, Daryl Hannah e Sean Young ad una prova brillante e incredibile. Un film che ha dato vita a milioni di altri film, unico nel suo genere dark e futurista. Un vero gioiello. E anche se ammetto i miei limiti e preferisco sicuramente altri film a questo, un po’ per la trama, un po’ perchè lo sento datato nei miei piccoli 23 anni e un po’ perchè trovo la storia francamente un po’ ingrovigliata e lenta in alcune parti non posso non dare otto a questo film che se non ci fosse stato..non avrebbe aperto le porte a un filone completamente nuovo nel cinema.
Plauso al lavoro comunque incredibile di Scott.

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3 Giugno 2014 in Blade Runner

Senza ombra di dubbio, Blade Runner è uno dei più grandi lavori del cinema di fantascienza. Non il più grande, perché “2001” non lo spodesta nessuno, ma sicuramente può essere inserito tra i primi 5 di sempre.
La Los Angeles di un futuro ormai a noi molto vicino (2019) è tetra e cupa, in parte gotica, sempre avvolta da una incessante e fitta pioggia.
È tecnologica e spettrale.
È ormai colonizzata dagli asiatici, che pullulano nei bassifondi.
È una Los Angeles del futuro che in realtà fu ispirata dalla Hong Kong dei primi anni ‘80.
La scenografia degli esterni è meravigliosa, quella degli interni non sempre (a parte la casa di J.F. e i locali della Tyrell).
((A proposito degli interni, un piccolo curioso inciso. Trovo divertente (e mi incuriosisce notarlo nei film di fantascienza) come spesso si immaginino futuri mirabolanti, con auto che volano e colonie in altri mondi, ma non si riesca ad andare oltre con riferimento ai piccoli oggetti del quotidiano: per dirne una, possibile che non si sia pensato al fatto che i ventilatori (presenti ovunque nella prima parte) sarebbero stati di lì a poco sostituiti da elettrodomestici capaci di espellere aria fresca?))
E poi c’è la storia, tratta da un libro del grande Philip K. Dick (“Il cacciatore di androidi” alias “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), che è in fondo la vera protagonista, con i suoi interrogativi e le possibili molte interpretazioni che lascia allo spettatore.
Quello del rapporto uomo-macchina è un tema ricorrente nella fantascienza dell’età classica, quella degli Asimov, dei Clarke e dei Philip Dick, per l’appunto.
In Blade Runner (un titolo preso a prestito da un libro che non c’entra nulla), volendo scavare, uno può trovarci tutta la filosofia che vuole. Ed è giusto che ognuno ci trovi la propria, come succede soltanto per i grandi film: i temi dell’immortalità (a cui aspirano gli uomini, ma anche i replicanti), del perdono, della violenza, del parricidio (tema classico della letteratura, trasposto nella fantascienza in connotazione virtuale).
Blade Runner è un crescendo, un climax fenomenale: una partenza pacata, un finale bellissimo, almeno fino al celeberrimo monologo di Rutger Hauer / Roy Batty. Poche battute entrate nell’immaginario collettivo e generatrici di un modo di dire fin troppo abusato nel linguaggio televisivo, giornalistico e non solo. Un grande momento di cinema per il quale fatico a credere, come sostenuto da alcuni, che si tratti di un’improvvisazione dello stesso Hauer (più probabile, come ritengono le tesi maggiormente accreditate, che l’attore abbia solo modificato o aggiunto qualche parola).
E poi c’è il finale vero e proprio, quello che varia in base alla versione che si guarda: quella del 1982 oppure la Director’s Cut (che ha lo stesso epilogo della Final Cut).
È proprio questa diversità notevole tra le versioni che non mi consente di dare un giudizio ancora più positivo sulla pellicola. A parte la scelta della voce narrante (assente nel Director’s Cut, e che può piacere o meno – io personalmente preferisco senza), lasciar intendere che Deckard sia egli stesso un replicante (circostanza suggellata, peraltro, dalla freddezza di un grande Harrison Ford) stravolge tutto, portando a dei paradossi in parte non accettabili:
si svuota di contenuto il tema dello scontro uomo-macchina;
si attenua l’angoscia dell’inseguimento finale;
lo stesso monologo di Hauer diventa paradossale (quel “voi umani” che in realtà nell’originale è un “you people” che non sarebbe così scontatamente traducibile).
Il monologo, nonché e soprattutto il salvataggio di Deckard da parte di Roy, avrebbero un significato soltanto qualora il secondo non sapesse della natura del primo (cosa di cui non si è più così certi e che viene smentita infatti in certe interpretazioni); ma in ogni caso sarebbe un significato soltanto di facciata, non ontologico.
Francamente trovo comunque migliore la versione Director’s Cut, nonostante e forse proprio per questi ulteriori significati angosciosi e paradossali che porta con se (nonostante, ripeto, siano ontologicamente inaccettabili). Il finale del ’82, pur essendo più lineare, stona per il suo buonismo (un digestivo fornito dai produttori al pubblico, contro il volere di Scott).
Ma del resto proprio in ciò sta la grandezza di questo film: la capacità di far discutere, di inquietare lo spettatore, lasciandolo senza alcuna risposta certa.

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Pilastro del cyberpunk / 19 Aprile 2014 in Blade Runner

Blade Runner è un viaggio attraverso svariate tematiche, partendo dal concetto stretto di umanità fino ad arrivare al rapporto complesso tra uomo e scienza. Tutto è raccontato attraverso una trama curata ed intrigante. Personaggi a dir poco memorabili e con ottime interpretazioni. Difficile infatti dimenticare il volto quasi affranto di Rutger Hauer o quello più seducente ed enigmatico di Sean Young. Aggiungeteci a tutto questo una Los Angeles abbellita per l’occasione a perfetta comunità urbana da racconto cyberpunk. Il risultato è una delle più belle pellicole di stampo fantascientifico di sempre.

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Lacrime nella pioggia / 11 Giugno 2013 in Blade Runner

Ti lascia a bocca aperta, e ti riempie il cuore di malinconia. E’ un viaggio nella metropoli futuribile più affascinante e misteriosa che Hollywood abbia saputo creare; una Los Angeles buia, piovosa, fumosa, compressa e immensa, pullulante di take-away cinesi, goticamente tecnologica, un gioco di neon ed antri bui, luci fluorescenti in un’ atmosfera malsana, quasi tropicale, dove suoni e canti orientali si fondono con del vecchio jazz e spot pubblicitari vengono scanditi da altoparlanti militareschi.
Non poteva esserci una miglior resa dell’immaginario di Dick, della sua entropia lisergica, dei suoi mondi e dei suoi personaggi sempre al confine tra torpore e veglia, tra senno e follia, tra realtà e incubo.
Non poteva esserci un Rutger Hauer più crudamente poetico e disperante.
Di questo gigantesco spettrale luna park uscito dal genio di Ridley Scott, conserverò sempre nella mente un posto tutto particolare per l’attico di J.F. Sebastian e le sue creature che sembrano uscite da un quadro di Bosch. Da brividi l’atletica e feroce Daryl Hannah.

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15 Gennaio 2013 in Blade Runner

Mi mancava, l’ho visto, nella versione Final Cut, che ho letto essere molto simile alla Director’s Cut, cioè quella dove il finale è meno lieto e i risvolti sono anche più interessanti.
Via il dente, via il dolore: mi aspettavo di più. Data la fama di cui vive mi ero preparata a qualcosa di monumentale, qualcosa di sorprendente.
Diciamo che, se dal punto di vista tecnico non posso muovere critiche, dal punto di vista contenutistico mi sento di definirlo incompleto, approssimativo e sbrigativo.
A mio parere la trama, che è davvero prospera di spunti, risulta essere abbozzata, lasciandomi un senso di incompiutezza davvero deludente. Ho trovato affrettati i momenti che avrebbe dovuto suscitare pathos, ho trovato 0 spiegazioni, ho trovato una certa fretta nello sviluppare gli eventi e in generale una scarsa caratterizzazione psicologica. I Replicanti sono senza dubbio affascinanti, ma a me non sono bastate 4 righe di presentazione iniziale, io voglio di più, voglio una dimensione interiore meno tagliata con l’accetta e un coinvolgimento emotivo che si basi su una presentazione positiva/negativa/neutrale dei personaggi.
La filosofia che potrebbe stare alla base del mondo presentato nel film andrebbe discussa, e Blade Runner secondo me in questo senso si ferma un passo prima. Ci voleva qualche premessa e teorizzazione in più ( il riferimento a Cartesio è stato un bel momento, e proprio di momenti del genere il film dovrebbe vivere per la gran parte), ma forse è chiedere troppo in termini commerciali.
Il pathos che mancava per tutto il film l’ho ritrovato nel celebre monologo finale, davvero bello e suggestivo, ma non nei dialoghi precedenti, piuttosto schematici.
Mettiamola così: se non avessi letto in giro di più sulla trama, su tutto ciò che non si evince, mi sarebbe piaciuto molto meno. Invece, alla luce di quello che lo spettatore sa non dal film , ma da Wikipedia, dico che mi piace, sì, ma che peccato non poter esserci arrivata da sola! C’erano tutte le potenzialità, e per fortuna c’è tutto il contorno: bellissima la fotografia e la scenografia, così come la figura di Rachael e la colonna sonora.
Comunque intendo dargli una seconda visione, più consapevole.

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13 Gennaio 2013 in Blade Runner

Storica pietra miliare del cinema sci-fi resta ad oggi un’opera affascinante e complessa che trascende dall’azione, andando a toccare tematiche ben più sottili.

Scritto da chi l’ha visto 12 volte PAGANDO al cinema!!! / 4 Novembre 2012 in Blade Runner

ESEMPLARE. E’ il primo aggettivo che mi viene in mente.
Basato su un racconto di Philip K. Dick, scuote l’immaginario della storia dei film di fantascienza per sempre.
Ad ogni visione si scorgono particolari nuovi, sfumature che delinenao perfettamente i personaggi e le ambientazioni.
L’edificio della Tyrel corporation, le automobili che si sollevano e viaggiano nello spazio, le strade affollate di gente che si imbatte nella lotta per il quotidiano, la pioggia, i colori, i grattacieli che diventano un enorme cartellone pubblicitario, i manici degli ombrelli fluorescenti… sono tutte situazioni od oggetti divenuti poi icone di altra filmografia.
Il desiderio lacerante di scoprire chi siamo, perchè siamo, quanto tempo ci resta, celato nei circuiti della biomeccanica ed espressi dal più affascinante replicante della storia del cinema, apre le porte ad una duplice caccia.
La ricerca del proprio creatore e la ricerca della distruzione del ricercante da parte del cacciatore.
Il replicante Roy parla di un Dio della biomeccanica che non perdonerà il suo creatore.
L’immagine potente della volontà umana di superare gli ostacoli dettati dalla propria intrinseca fragilità, creando dei sostituti ” più umani degli umani” da sfruttare senza che questi si pongano alcuna domanda, creano una situazione alienante e senza riscatto.
Credo di poter affermare senza tema di smentita che in questo film vi sia una tra le più belle battute mai sentite: ” Sveglia!!! è ora di morire! ” grida il replicante Leon al cacciatore Rick Deckard.
Trascinato dalla splendida colonna sonora di Vangelis, procede spedito e in crescendo, con un fascino ipnotico dell’ambientazione in cui il regista Scott “non mira ad una composizione dell’immagine ma ad una concentrazione atmosferica”
E’anche mirabile la scelta di non indugiare nella rappresentazione della violenza, ma di inquadrare la fatica che comporta manifestarla (e chi vedrà il film capirà a cosa mi sto riferendo!).
E poi il discorso finale…narrato quasi sussurrando sotto l’incedere incessante della pioggia… assolutamente da brividi.
Assolutamente da vedere, da avere, da rivedere e rivedere.

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The one / 23 Marzo 2011 in Blade Runner

Il mio film culto.
Visto e rivisto, al cinema, in cassetta, in DVD e nelle sue due versioni: originale e director’s cut.
Film perfetto: ottima trama, ottime interpretazioni, ottimi effetti speciali. Ironico, avventuroso, profetico e profondo.
Preferisco la versione originale al director’s cut che non aggiungeniente, ma toglie la voce fuori campo bellissima e fondamentale e cambia il finale togliendo quel respiro, trattenuto per tutto il film, e che finalmente riesce a uscire.
Imperdibile

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