Recensione su Il cigno nero

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Gli estremi che uccidono / 28 marzo 2011 in Il cigno nero

Il cigno bianco e il cigno nero sono un po’ come i due cavalli di Platone. La parte razionale, controllata e pura da un lato; quella passionale, istintiva e impulsiva dall’altro.

In Nina prevale, ovviamente, il cigno bianco, tant’è vero che all’inizio fatica a interpretare la parte di balletto in cui dovrebbe essere il cigno nero. Però, sebbene sopita, anche in lei è presente la componente passionale e selvaggia, ed è proprio quella che il maestro cerca di tirare fuori.

Imparando il balletto, la protagonista affronta quindi un duro percorso di auto-scoperta, viene cioè a contatto con il cigno nero. Per un bel po’ non se ne accorge, infatti non si capacita dei segni (graffi e ferite)da esso lasciati sul suo corpo.

Nel film gli altri due personaggi femminili, la madre e Lily, sono proiezioni della personalità di Nina. La prima incarna il controllo e la ricerca della perfezione del cigno bianco, la seconda la sensualità e il godimento del cigno nero.

Alla fine cigno bianco e cigno nero, anzichè convivere più o meno pacificamente come in tutte le persone, cercano di annullarsi a vicenda. Ma uno non può vivere senza l’altro. Se infatti Nina rimanesse solo cigno bianco non potrebbe più crescere e resterebbe intrappolata nella sua gabbia di controllo. Se però fosse solo cigno nero, abbandonandosi ai meri impulsi, commetterebbe atti inauditi (come appunto l’omicidio).

Ci sono riferimenti all’anoressia, ma più che alle condotte alimentari in sè (pompelmo, vomito, torta, mini-pasto la sera che esce con Lily) è la psicologia dell’anoressica ad essere descritta con estrema precisione. Il controllo, la ricerca della perfezione, la chiusura nel guscio dell’infanzia. Persino il rapporto con la madre, che, a torto o a ragione, molti imputano tra le cause della malattia. Lily, al contrario, rappresenta la parte “sana” della persona quella che si gode la vita. Avete notato come il regista si sofferma sul pasto consumato dalla ragazza la sera in cui porta fuori Nina? Cheaseburger al sangue. E mentre lo ordina non si risparmia ammiccamenti sessuali nei confronti del cameriere…

L’omosessualità, invece, resta più in sordina. In realtà non si parla tanto di bisessualità, quanto dell’infatuazione che Nina nutre nei confronti di Lily. E non senza ragione: Lily rappresenta la tentazione, il proibito, ciò che nella sua vita non si è nemmeno immaginata di desiderare.

Notare che Lily e Nina si incontrano per la prima volta in un momento cruciale per NIna, quando cioè sta provando davanti al maestro la parte del cigno nero. E l’arrivo nella stanza di Lily le fa perdere quella impenetrabile concentrazione che l’aveva caratterizzata negli attimi precedenti.

Credo che la tragicità del film stia nell’esasperazione. Entrambi i lati simboleggiati dai due cigni sono infatti indispensabili per la vita di una persona: l’uno per vivere in una società civile e non abbandonarsi ad un’esistenza dissipata, l’altro per sfogare e liberare la cosiddetta libido freudiana. Il problema sta nel portare all’estremo queste parti. Che poi è la logica tutto-niente dell’anoressia.

2 commenti

  1. ubik / 23 aprile 2011

    Molto bella la tua recensione, tesa ad approfondire soprattutto gli aspetti psicologici del tema, del racconto e della sua protagonista. Mi ha aperto nuove prospettive sul significato del film che è uno dei migliori risultati che una recensione possa conseguire.
    Mi sarebbe piaciuta anche qualche osservazione sul lato puramente cinematografico dell’opera perché io ho avuto l’impressione che Aronofsky, pur direttamente coinvolto al punto di esserne cosceneggiatore, non sia riuscito a governare la (scottante) materia fino in fondo. Credo poi che la (straripante) performance della Portman non debba far ignorare la notevole prestazione degli altri interpreti…
    Grazie comunque per le osservazioni che arricchiscono il punto di vista del lettore.

  2. peepingnerd / 20 dicembre 2011

    vedo che dai una lettura in chiave piu’ o meno psicanalitica del film

    nella mia recensione il punto di vista e’ prettamente “psichiatrico”

    non che si debba capire chi ha ragione, se ha senso farlo. ma visti i precedenti di aronofsky… ; )

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