Recensione su Un chant d'amour

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Un Chant d’Amour / 27 Aprile 2020 in Un chant d'amour

E’ incredibile come in 25 minuti si possano dire cose per le quali, 70 anni dopo “Un chant d’amour”, non si è ancora finito di dire. E’ incredibile come in 25 minuti si possano porre più domande che in una vita intera.
“Un chant d’amour” è un cortometraggio sfuggente ed allo stesso tempo semplice:le scene infatti vengono girate in un carcere(forse algerino) ed un semplice prato. Nulla di più: nella narrazione di Genet il superfluo è tenuto da parte, rimane solo la poesia.
Un paio di prigionieri si desiderano attraverso le mura di due celle separate: in esse è scavato un minimo foro. L’unico modo per comunicare, per loro, è una sigaretta il cui fumo passa attraverso questa fessura. Strusciano i loro corpi contro le mura della cella, si masturbano: le immagini sono esplicite, ma mai(come la censura francese del tempo ha voluto interpretare) pornografiche. E’ cinema di desiderio.
Ma ecco un secondino: il potere. Ambiguo nello spiare(forse metafora del voyeurismo dello spettatore cinematografico, o forse dello stesso regista?) i due carcerati. L’attrazione verso il corpo di uno dei due carcerati lo porta ad irrompere nella cella, a frustarlo e a costringerlo alla fellatio verso il proprio fucile. Ma noi intuiamo questo, non lo vediamo in maniera direttamente esplicita, Anche qui, nonostante le apparenze, non vi è nulla di pornografico se non nell’occhio ambiguo della guardia.
Un film clamorosamente anacronistico: potremmo associarlo ai cortometraggi sperimentali di Andy Warhol per la tematica omosessuale, o forse al cinema surrealista di Bunuel. Tuttavia, non trovo personalmente particolari somiglianze nell’estetica dei 3 autori.
La genialità di Genet sta nel distanziarsi totalmente dalla sua produzione letteraria(vd. l’autobiografico “Diario di un ladro”): il film è scevro da qualsiasi barocchismo e qualsiasi volontà di “eccedere”. Anche nelle sequenze di sogno troviamo solo la semplicità di un uomo tanto tormentato(omosessuale eppure affascinato durante la seconda guerra mondiale dal nazismo: un adesione estetica più che etica, come emerge anche dal cortometraggio).
Forse solo 60 anni Abdellatif Kechiche riuscirà ad accostarsi lontanamente alla poetica cinematografica di “Un chant d’amour”, ma con un pensiero, un’estetica ed un’etica completamente differente.

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