Hiroshima mon amour

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Hiroshima mon amour

La breve ma intensa storia d'amore tra un'attrice francese, che si trova ad Hiroshima per le riprese di un film, e un architetto giapponese, conosciuto per caso, fa riemergere il passato drammatico di lei, quando, perdutamente innamorata di un soldato dell'esercito tedesco invasore, lo aveva visto morire sotto i propri occhi.
mandelbrot ha scritto questa trama

Titolo Originale: Hiroshima mon amour
Attori principali: Emmanuelle RivaEiji OkadaStella DassasPierre BarbaudBernard FressonRegia: Alain Resnais
Sceneggiatura/Autore: Marguerite Duras
Colonna sonora: Giovanni Fusco, Georges Delerue
Fotografia: Michio Takahashi, Sacha Vierny
Costumi: Gerard Collery
Produttore: Anatole Dauman, Samy Halfon
Produzione: Francia, Giappone
Genere: Orientale, Drammatico, Storia
Durata: 92 minuti

Tu non hai ancora visto niente / 3 Marzo 2014 in Hiroshima mon amour

Immagini devastanti si alternano a un dolce abbraccio di corpi nudi, a stretta inquadratura, in un incipit che attorciglia cuore e viscere di chi guarda.
Inizia come un documentario poetico di una violenza straziante, poi sembrano calare le ceneri sul dramma sociale, e si fa spazio il dolore privato.
Un tormento interiore, uno scavare impietoso nelle ferite del tempo che si libera piano piano negli interminabili dialoghi, a volte cerebrali, tra i due amanti in una città desolata e notturna.
Per qualcuno muore un amore, per altri un nemico della Francia. Per un popolo muore un’isola, per un altro è la festa della fine della guerra.
La regia di Resnais è delicata eppure intimamente divorata da un tono grave, perfettamente in sintonia con il sapore dolceamaro che trasuda dai dialoghi della scrittrice Duras.

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20 Novembre 2013 in Hiroshima mon amour

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

L’approccio di DonMax ad Alain Resnais: Hiroshima mon amour.

Questo è un film struggente, malinconico, che concerne il dolore provato con la fine della guerra ed il dolore della fine di un amore.
La II Guerra è finita, il mondo è felice ma la pace ha un prezzo. E’ ad Hiroshima, città simbolo della fine della guerra, che si intrecciano le vite dei protagonisti della pellicola.
Una francese e un giapponese, architetto lui e attrice lei, ricordano il passato nella speranza di un futuro migliore. La prima, nella Francia occupata dai Nazisti, ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Un amore finito male a causa della morte dello stesso. Il secondo invece era al fronte mentre Hiroshima veniva distrutta attraverso l’atomica. 80 mila persone in pochi secondi, un genocidio.
Il loro incontro confermerà però la solitudine dell’una e dell’altro tant’è che lei continuerà a ricordare l’amante morto mentre il giapponese vorrebbe uno spazio nel suo cuore e nella sua testa.

Il dolore della coppia è il dolore di una città, di un Paese, di un popolo. Sin dai primi minuti si intuisce una sorta di parallelismo fra le immagini di reportage, immagini forti, riguardanti le vittime superstiti della tragedia e la coppia. E’ una coppia atipica poiché le cose che hanno in comune è il vivere nel dolore e nel ricordo . In realtà sono soli, vivono due vite separate.

Hiroshima mon amour è un film tremendamente meraviglioso con una Emmanuelle Riva strepitosa.
Ve lo consiglio caldamente.

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14 Luglio 2013 in Hiroshima mon amour

Un altro film dove è la POESIA a farla da padrona. Si parte con le immagini stupende di due corpi che si avvinghiano in un abbraccio passionale, carnale, non si vedono i volti ma soltanto le mani che si muovono dolcemente sulla schiena dell’altro. Una pioggia di cenere, poi il sudore… a quel punto iniziano le parole, sussurrate, ma dense di significato. La letteratura si mischia alla pittura e così dalla dimensione erotica si viene presto catapultati ad Hiroshima, in mezzo a scene di dolore e devastazione. Corpi straziati, bambini in lacrime, donne senza occhi, palazzi distrutti, campi desolati… E poi di nuovo i dialoghi in camera da letto. La “grande” storia ha fatto il suo corso, ma c’è anche la “piccola” vicenda dell’attrice francese in trasferta ad Hiroshima per girare un film e di un architetto giapponese. Si stanno amando, ma già si intuisce che è un amore destinato a finire con rapidità. Entrambi sposati, entrambi con la propria vita, che si aprono l’uno all’altra, si confidano i ricordi, i dubbi, le paure. Che sono, però, destinati a dimenticare. E’ infatti un film essenzialmente sul tempo… il tempo che scorre inesorabile e rende tutto precario ed evanescente. E’ un film sui ricordi destinati a dissolversi, sulle grandi passioni destinate a spegnersi… Si ritorna ad Hiroshima, ci vengono ripresentati i dati, una voce ci ricorda che di come ci furono “200.000 morti e 80.000 feriti in nove secondi. Queste cifre sono ufficiali. Ma tutto ciò si ripeterà. Avremo 10.000 gradi sulla terra: 10.000 soli, si dirà. Brucerà l’asfalto, regnerà un profondo disordine, un’intera città sarà sollevata da terra e ricadrà in cenere, e vegetazioni nuove sorgeranno dalla sabbia.”

“Come in amore esiste questa illusione di non poter mai dimenticare”, ed invece sembra che tutto prima o poi si dimentica…
E così siamo di nuovo insieme ai due amanti, li seguiamo mentre vagano insieme per Hiroshima, si salutano, si abbandonano, si rincontrano, si sfuggono. Dalla dimensione storica si passa a quella sentimentale, esistenzialista. Il tutto, mentre continuiamo ad essere accompagnati da una carrellata di immagini in bianco e nero, una più bella dell’altra. Lei parla a lui del suo amore giovanile, un soldato tedesco incontrato a Nevers e quindi anche il passato si intromette, dal Giappone si torna in Francia, la si segue narrare della propria follia, della propria depressione, mentre lui le dice “Sei come mille donne messe insieme”… L’atmosfera si fa sempre più magica, surreale. Ormai la storia si fa lontana, ormai si fluttua in una dimensione esterna… C’è di tutto: la guerra, l’amore, la memoria, la pazzia, la paura… Il Morandini scrive: “Il suo fascino nasce dall’impiego dei contrari (Nevers e Hiroshima, l’amante tedesco ucciso e l’amante giapponese di 36 ore senza domani), l’etnia e la cultura diverse, il passato e il presente, la percezione e l’immagine mentale, la necessità della memoria e la fatalità dell’oblio, il dialogo e il monologo, il documentario e la poesia, la realtà quotidiana e l’incantatrice litania erotica), dalla dialettica tra fascinazione e decostruzione, tra partecipazione e distanziazione. Nel trasformare il ricordo (uno stato) in memoria (un atto) la donna si libera di quell’incantesimo e ricomincia a vivere.”

Alcune scene indimenticabili ed una delle affermazioni più precise ed azzeccate di sempre: <>

Splendida la Fotografia di Sacha Vierny e Michio Tanasaki.

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Lo sguardo lucido dell’entomologo / 19 Aprile 2012 in Hiroshima mon amour

Esordio cinematografico folgorante di Resnais, pellicola di portata innovativa ancora oggi notevolissima per la sua impostazione anticlassica, non a caso considerata tra le opere paradigmatiche della Nouvelle Vague, concepita inizialmente quasi come film documentario sugli effetti del bombardamento di Hiroshima, cede via via il passo a un registro narrativo di tipo sentimentale-psicologico molto interiorizzato, sorretto dal dialogo-monologo scritto da Marguerite Duras, in un intreccio di generi che sarà tipico del regista francese anche nella sua filmografia successiva.
Dal bombardamento atomico così come dalla storia personale che racconta la donna sono passati 14 anni. Un intervallo di tempo che ci consente di recuperare una lucidità di analisi. I drammi individuali e le tragedie collettive possono ripetersi, identicamente o con effetti ancor più devastanti, senza la capacità di saper leggere la Vita e la Storia con lo sguardo freddo dell’entomologo e di saper imparare dall’esperienza.
In quest’ottica perfino la fisicità e la sensualità degli abbracci assumono valore di composizione figurativa astratta e la pelle degli amanti una inaspettata qualità luministica. Se la rappresentazione del dramma deve essere depurata degli eccessi emotivi, allora lo scenario ideale diventa l’architettura lecorbusieriana del museo di Kenzo Tange e della piazza antistante, modernissima e razionale ma al tempo stesso fredda, straniante, distaccata. In questa luce, in questa nuova oggettività, che ci svela le cose per come realmente sono, la raffigurazione del Giappone appare totalmente priva di stereotipi, così quella tragedia smette di essere un evento che colpisce un solo popolo per riguardare l’umanità tutta e acquisire la stessa universalità che acquistano i due protagonisti nel finale, quando, anche se per un solo momento, scelgono di perdere la propria identità per assumere il nome delle due città cui risultano indissolubilmente legati.

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