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Recensione su Storia di una ladra di libri

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3 aprile 2014

Nell’ormai consolidato scenario delle intramontabili trasposizioni cinematografiche dalla letteratura si inserisce “Storia di una ladra di libri”, che trae origine dal best-seller australiano “La bambina che salvava i libri” di Markus Zusak, pubblicato nel 2005 e tradotto in diversi paesi del mondo. Di questo adattamento si prende cura Brian Percival, già regista di “A boy called dad” (2009) per il cinema e di svariati episodi della serie cult “Downton Abbey”. In questo pacchetto da co-produzione internazionale troviamo un cast brillante, in cui l’attenzione è certamente rivolta verso la neo-attrice Sophie Nélisse (premiata con il Genie Award per “Monsieur Lazhar” e per la seconda volta in azione davanti alla cinepresa), e il contributo musicale del memorabile premio Oscar John Williams (tra i suoi lavori, “Guerre Stellari”, “E.T. l’extra-terrestre” e “Schindler’s list”, per intenderci).

Il messaggio veicolato dal film, come ben si può evincere, è quello della funzione salvifica della cultura e della letteratura, in attrito con la cornice della Germania nazional-socialista e dello scoppio di una delle guerre più dilanianti che l’Europa del Novecento possa custodire nella propria memoria storica. Non che sia una grande novità, per i più, se si ha a mente il bellissimo “The Reader” di Stephen Daldry, raffinata e intellettualistica perlustrazione del senso di fame sessuale e culturale. In entrambi i casi abbiamo voci accorate, che non solo leggono e reiterano storie fantastiche, ma che combattono a colpi di parole un ostile muro d’ignoranza, in ogni sua sfaccettatura. Il motivo-motore è quindi encomiabile, ma in “Storia di una ladra di libri” questo telaio di intenti così stuzzicante finisce con lo sguazzare in un tripudio di luoghi comuni, trattati con oltraggiosa semplicioneria, a partire dal candido pallore della giovane protagonista, analfabeta in un’epoca di profondo classismo. Idilliacamente ingenua, Liesel si rapporta con una cerchia di personaggi ancor più scialbi ed irritanti (dalla matrigna neanche troppo crudele al rifugiato che non riesce ad esprimersi se non attraverso insulse metafore), portati agli estremi dello stereotipo, con una recitazione che, per usare un eufemismo, lascia l’amaro in bocca.

Persino Geoffrey Rush, che non ha certo bisogno di presentazioni, ha l’aria di essere annoiato del suo stesso ruolo. Un fenomeno frequente, quando la regia e la sceneggiatura creano palesi incoerenze, regalando sequenze da brividi (e non di quelli piacevolmente solleticanti). La storia viene narrata anche dal punto di vista esterno dell’Eterna Signora, tra vita e morte, concorrendo con brevi monologhi a rendere questo prodotto già accademico ancor più didascalico, con una fin troppo marcata impronta televisiva. Quella che voleva essere una storia di formazione con uno stimolante fil rouge artistico corre (ma noiosamente in slow-motion) verso un finale goffo, sbrigativo e pure disonesto, in veste di contentino, a discapito di eventi non conclusi riguardanti altri temi portanti e fondamentali, ossia l’amicizia e l’amore. Pieno di sfacciati sentimentalismi, il film cerca una sua poesia ma non ha una salda metrica sulla quale costruirsi. Su come sarebbe finita, ce lo suggerisce la ricorrente e tediosa ninna nanna iniziale: l’effetto soporifero è assicurato, e lo spettatore era già stato avvisato.

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