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Recensione su Lo sciacallo

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14 novembre 2014

Dan Gilroy, autore di film quali “Freejack – In fuga nel futuro”, “Rischio a due” e “The Bourne legacy”, arricchisce il suo lavoro di scrittore ed esordisce dietro la macchina da presa con la riuscitissima regia de “Lo sciacallo”, opera prima presentata al Festival Internazionale del Film di Roma. Come David Fincher per “L’amore bugiardo – Gone girl”, Gilroy aggiunge un’ulteriore considerazione sulla potenza dei media e sui recessi della dimensione umana dell’individuo, seppure secondo canoni e risvolti completamente diversi. Iconico e fedele alla linea americana degli action movie, in realtà “Lo sciacallo” non è collegabile ad un genere preimpostato o definitivo: il film infatti racchiude in sé l’azione degli impatti e degli inseguimenti al volante, l’acutezza della scissione psicologica e comportamentale, la sospensione dei thriller più attanaglianti, la foschia del noir tra gli anni ’40 e ’50, e una fonte di dialoghi ficcanti che spesso e volentieri danno man forte alle rivelazioni più sorprendenti.

Lou Bloom, interpretato da un Jake Gyllenhaal in costante crescita artistica, incarna numerosi costituenti del mondo de “Lo sciacallo”: la crisi di una generazione alla ricerca di rare opportunità lavorative, spesso inaffidabili; le location indomite di una Los Angeles svecchiata della sua impronta consuetudinaria di rete autostradale; l’ambientazione notturna, che contribuisce a delineare il subconscio del personaggio con maggior introspezione e variegatura; e, a coronare l’originalità di quest’opera, il compito stesso del regista. Come fece Alfred Hitchcock nel 1954 con “La finestra sul cortile”, Gilroy palesa più esplicitamente l’atto di spionaggio che il cinema elabora nei confronti della vita, e di conseguenza il regista medesimo insieme allo spettatore, il quale partecipa dello squilibrio non tanto dello “sciacallo”, quanto della società che l’ha fatto nascere e sviluppare in tale maniera.

In un quadro di insieme vicino alla concezione dello “stato di natura” di Jean-Jacques Rousseau, ancora una volta non è la moralità a prendere il sopravvento, bensì una resistenza al giudizio in grado di far emergere le problematiche di un personaggio che non è poi così distante o irreale. Per mezzo di uno sguardo registico ossessivo, conforme a quello del suo spietato protagonista, “Lo sciacallo” sviscera l’eredità cinica di un contesto sociale che spinge alle soglie ultime le proprie vittime, che siano esse davanti o dietro lo schermo, vive o morte, ostinate o redenti, realizzando l’attitudine di Gilroy alla cinepresa, testimone diretta ed esaustiva delle parti integranti le traiettorie alla base del soggetto di questo film, costruito con magistrale maturità.

1 commento

  1. inchiostro nero / 24 febbraio 2015

    La crisi generazionale a cui hai accennato, l’ho trovata, però, più un pretesto per dare risalto all’allucinante proiezione psichica del personaggio, specchio incrinato del suo inconscio, che una vera e propria silente denuncia del regista. Per il resto condivido in toto, splendida analisi.

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