I fantasmi di Ozpetek / 5 Giugno 2019 in Napoli velata

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Con Napoli velata, Ferzan Özpetek torna alle atmosfere psicologicamente torbide à la Cuore sacro e sceglie (se non sbaglio) per la prima volta Napoli per raccontare una (nuova) storia di fantasmi, quasi di eduardiana memoria, seppure sia assente la “leggerezza” di Questi fantasmi! di De Filippo.
Nella filmografia di Özpetek, i fantasmi sono onnipresenti, sia in forma esplicita (Magnifica presenza) che evocata, sono spiriti o numi, talvolta benevoli, in altri casi infidi, che, con le loro azioni passate e le loro influenze presenti, segnano la strada dei diversi protagonisti dei film.

Qui, 14 anni dopo La finestra di fronte, la scena è di Giovanna Mezzogiorno alias Adriana, dei suoi sguardi e, soprattutto, del suo corpo, esibito senza censure fin dalle primissime, torride scene con Alessandro Borghi in versione “oggetto del desiderio”.
Le premesse di questo film sono estremamente accattivanti, fin dalla scelta della città ospite, una Napoli multiforme che, alle sue umidità misteriche e orfiche (rappresentate dall’incipit del parto dei femminielli e, azzardo, dalla natura del rapporto di Adriana con il suo ultimo amante), contrappone ambienti asettici come la casa della protagonista e il suo luogo di lavoro, o altri artificiali in maniera ridondante, come la casa della zia.

Purtroppo, le suggestioni in ballo sono così tante che Özpetek vi si perde in mezzo, annaspando. Ci sono echi argentiani fin dalla comparsa in scena della scala ellittica, che continuano con i giochi di sguardi, la sensazione che regista e spettatore assistano a certi passaggi come se stessero sbirciando dal buco di una serratura, la ricerca insistita di un’estetica che sia barocca in maniera inquietante.
La contrapposizione tra velatura e svelamento, che dovrebbe essere il perno del racconto, è labile, si intuisce presto il meccanismo narrativo della storia, bastano pochi dettagli per inquadrare il motore del racconto e trarre le debite conclusioni.
Stancano le insistenze di Özpetek, alla continua ricerca di caratterizzazioni a effetto (a nulla possono Peppe Barra, Lina Sastri e Anna Bonaiuto, quando gli vengono affidati personaggi così stereotipati e impalpabili), di personaggi “indimenticabili”, di almodóvariani legami (a che serve il personaggio di Catena della Ranieri?).

Il risultato è un film che, pure compiuto nella sua evoluzione da giallo a sfondo eroto-sentimentale a dramma psicologico, vuole dire troppo, senza approfondire nulla (da dimenticare il personaggio -e purtroppo anche l’interpretazione- di Maria Pia Calzone, inutile il sottofondo saffico tra le due commercianti d’arte, banale il poliziotto di Biagio Forestieri).
La stessa rappresentazione della città, fatta di tante (troppe) anime, è superficiale, legata più alla forma che alla sostanza (vedi, la scena della Smorfia). Tale, alla fine, è anche il film.

Nota a latere: non ho potuto fare a meno di notare che, qui, la bellezza di diverse attrici (a partire dalla Mezzogiorno per finire con la Sastri) è inspiegabilmente sacrificata da tagli di capelli poco azzeccati. Può sembrare un dettaglio da poco, un desiderio di fare le pulci a un film che non ho gradito, ma confesso che sono rimasta colpita da subito dalla cattiva resa estetica del lavoro del reparto trucco e parrucco del film. Peccato, perché l’attenzione riservata agli altri reparti tecnici (vedi, scenografia) è notevole.

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