2017

Mute

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Mute
Mute

Berlino. In un futuro non meglio precisato, Leo, un barista segnato da un trauma legato al suo passato, è alla ricerca della sua ragazza, scomparsa nelle viscere della metropoli.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Mute
Attori principali: Alexander SkarsgårdPaul RuddJustin TherouxSeyneb SalehRobert SheehanGilbert Owuor, Jannis Niewöhner, Robert Kazinsky, Noel Clarke, Dominic Monaghan, Florence Kasumba, Nikki Lamborn, Ulf Herman, Daniel Fathers, Anja Karmanski, Kirsten Block, Eugen Bauder, Alexander Yassin, Andrzej Blumenfeld, Jarah Maria Anders, Barbara Ewing, Enya Maria Tames, Grégoire Gros, Robert Nickisch, Ekaterina Chapandze, Livia Matthes, Sam Rockwell
Regia: Duncan Jones
Sceneggiatura/Autore: Michael Robert Johnson, Duncan Jones, Damon Peoples
Colonna sonora: Clint Mansell
Costumi: Ruth Myers
Produttore: Stuart Fenegan, Charles J.D. Schlissel
Produzione: Gran Bretagna, Germania
Genere: Thriller, Poliziesco, Fantascienza
Durata: 126 minuti

L’anti-cinema / 27 Febbraio 2018 in Mute

Distopia per mano di Bowie jr. armato di buoni propositi, ma poco importa quando sul cammino si incontra merdflix e i suoi dogmi produttivi fisiologici, contaminazione di due medium distanti che conducono a sviluppi narrativi e vaccate a macroblocchi ormai spauracchio per ogni amante della settima Arte.

Involuzione / 24 Febbraio 2018 in Mute

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Davvero, stento a credere a quel che ho visto.
Fatico a far collimare le capacità narrative ed estetiche del Duncan Jones che ho conosciuto con Moon e Source Code con quelle dell’autore di Mute.
Non ho ancora visto Warcraft, ma, a parer mio, all’interno della filmografia del regista inglese, Mute non è un semplice passo falso, bensì una vera involuzione. Non ha consistenza né come noir, né come sci-fi, deficitato com’è da un plot inesistente e da caratterizzazioni (umane, urbanistiche…) particolarmente labili.

Dei primi due film sci-fi di Jones ho amato e continuo ad apprezzare particolarmente la capacità di mostrare una tecnologia retrofuturibile pervasiva, ma accessibile, familiare eppure strabiliante. Qui, la presenza degli elementi tecnologici è assolutamente superflua e non perché il protagonista (?) sia poco avvezzo al loro uso per motivi culturali: è a livello estetico e funzionale che il contesto fantascientifico non ha motivo di essere.

La città di Berlino, che dovrebbe costituire un elemento significativo del racconto, non esiste. La collocazione geografica della vicenda non incide in alcuna maniera sul racconto. La struttura fisica della città è quella ricorrente in molti altri prodotti di genere, da Blade Runner in poi (anzi, da Metropolis in su, a dirla tutta), fino all’imbarazzante serie tv Altered Carbon (altra produzione originale Netflix), con i triti richiami alle metropoli asiatiche, i bassifondi bui e tutti i cliché del caso.
Mi pare di aver capito che la storia si svolge nel periodo di Natale: che sia un richiamo a Brazil? Mah.

I personaggi sono impalpabili e non sostengono a dovere le pallide velleità narrative che Jones sembra aver voluto inserire nel film. Leo (Skarsgård) non ha spessore: è un gigante dal cuore buono e nulla più. La coppia di chirurghi Paul Rudd (la scheggia impazzita)/Justin Theroux (il pedofilo) dovrebbe incarnare una serie di contraddizioni, luci e ombre, ma non incide, non si realizza mai.
Intorno a loro, c’è una serie di comprimari (il proprietario del locale, gli spezzaossa, il gigolò, il fotografo vestito da geisha, le massaggiatrici, gli inglesi) che, spaventosamente, non incide in alcuna maniera sullo sviluppo della trama.
Ma quel che sconcerta di più è che perfino la menomazione di cui soffre Leo e che dà il titolo al film non è fondante. Il suo mutismo è un deficit che, a conti fatti, non gli impedisce di condurre le sue indagini (?).
A questo punto, perfino il prologo è -per me- incomprensibilmente inutile. Credevo che la ragazzina Amish che osserva il suo incidente fosse fondamentale, che la stessa appartenenza del protagonista a tale comunità religiosa avesse motivo d’essere… Niente.

Per gran parte del film mi sono chiesta se quello che stavo guardando fosse davvero la realtà, se Jones non mi (ci) stesse nascondendo qualcosa. Non confidavo esattamente in un plot twist, anche se, effettivamente, per un attimo, alcuni dettagli sembrano suggerire che Leo potrebbe aver fatto qualcosa di cui non si ricorda.
Speravo che, a un certo punto, non so esattamente come, le cose avrebbero virato verso una prospettiva bilanciata, che le incongruenze e le ingenuità avrebbero messo piede sul binario giusto.
Ancora niente.

Jones ha definito questo film “il seguito spirituale di Moon“. Sinceramente, a visione completata, non ho idea di cosa ciò voglia dire. Gli unici elementi di contatto (non certo spirituali) che ho riscontrato fra i due lungometraggi sono il processo a Sam Bell (Rockwell), di cui si apprende tramite gli schermi tv e alcuni manifesti che chiedono la liberazione dell’astronauta, e la presenza di stazioni di servizio Lunar con font e aggeggi tecnologici scatolari e “duri” come quelli un po’ vintage del film del 2009.

Mute è un film a cui mancano premesse e architettura e a cui, di conseguenza, non si può chiedere di avere uno sviluppo.
Mute, forse, è un esperimento. Anzi, voglio credere che lo sia. O che, sul serio, nasconda qualcosa (es. un collegamento a un film futuro).
Altrimenti, spero che da questa discutibile esperienza Jones tragga abbastanza informazioni per rimettere in sesto il suo concetto di narrazione cinematografica e tornare ai fasti degli esordi.

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