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Recensione su Musarañas

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Eccellente mix di toni e registri / 3 ottobre 2015 in Musarañas

Con questo film, il panorama cinematografico spagnolo contemporaneo si conferma fucina di pellicole ad alto tasso di tensione, dove, oltre ad un esplicito gusto per il thriller, emerge quello per il macabro e il grand guignol: portavoce di questo filone capace di dosare sapientemente i toni del grottesco e del dramma è il regista Álex de la Iglesia, non a caso produttore di questo esordio nel lungometraggio del connazionale Juanfer Andrés e del collega di origine messicana Esteban Roel.

Musarañas è un thriller psicologico decisamente efficace che, nella ristrettezza degli spazi (la vicenda si svolge unicamente all’interno di un appartamento, con un brevissimo sconfinamento in un’altra unità immobiliare), ha il proprio cardine ed il suo punto di forza.
Se l’abbinamento alienazione psicologica/ambiente circoscritto conduce immediatamente all’elementare idea di prigione, il film spagnolo si muove in maniera ben più articolata, suggerendo con la sua materia narrativa un numero potenzialmente infinito di carceri mentali e fisiche.
Il vincolo famigliare tra le due sorelle protagoniste, per esempio, è uno dei più espliciti e, in qualche modo, è il più violento.
Oltre alla “galera volontaria” di Montse, afflitta da una forma di agorafobia sviluppata in seguito a costrizioni famigliari e a pressioni psicologiche specifiche, ci sono il ricovero forzato di Carlos (che già era in fuga da qualcos’altro), ci sono i doveri della sorella minore, sia in casa che al lavoro, c’è quello -per estensione e solo evocato- della Spagna soggiogata dalla dittatura franchista, ci sono le convenzioni sociali in genere che inscatolano Montse nel ruolo della “povera zitella” fragile di nervi e la giovane sorella sorta di innocente agnello in mezzo ai lupi.

Ovviamente, non è la prima volta che, nella storia del cinema, vengono affrontate queste tematiche, sfruttando proprio un’asfissiante e morbosa cornice famigliare (basti pensare al duetto Bette Davis/Joan Crawford in Che fine ha fatto Baby Jane?, alle girandole incestuose di Luis Buñuel in film come Viridiana, ambientato non a caso nello stesso periodo, e alle ossessioni hitchockiane in stile Rebecca, tanto più che, qui, la “seconda figlia” non ha un nome come, là, non lo ha la “seconda moglie”).

Ciò che mi è sembrato particolarmente originale di questo film, però, è il tono altalenante ma ponderato dei suoi registri: inizia come un thriller, svicola nell’ironia nerissima toccando un paio di vette smaccatamente slasher, si conclude nel dramma più profondo.
Gran parte dell’ottimo risultato risiede sicuramente nell’interpretazione estremamente convincente di Macarena Gómez nel ruolo di Montse: oltre ad essere particolarmente espressiva, forte di un viso follemente innocente, è il suo corpo ad adattarsi in maniera impressionante al ruolo della zitella sfiorita. Le sue mani, dalle dita magre e irrequiete, e le sue gambe sottili, incernierate in modeste ma dignitose scarpe dalla foggia antiquata, recitano quanto i suoi spaventosi occhi imploranti.
Bravo anche il resto del cast, con Luis Tosar che si conferma tra i volti più inquietanti del cinema europeo.

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