Recensione su Le strade del male

/ 20206.667 voti

Imperfetto / 18 Settembre 2020 in Le strade del male

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il film Netflix Le strade del male diretto da Antonio Campos è un adattamento, a firma dello stesso Campos e del fratello Paulo, dell’omonimo romanzo (2011) di Donald Ray Pollock (lo scrittore statunitense è anche la voce narrante del film) ambientato nell’immediato Secondo Dopoguerra in West Virginia (ma girato in Alabama). Il contesto è il limen fisico e geografico con il Sud degli USA, una di quelle aree rurali e implose che sembrano dimenticate da Dio e in cui, invece, di Dio non si fa che parlare. In più, apertamente o in forma implicita, si tira in ballo il Diavolo tuuuuutto il tempo: The Devil All The Time, non a caso, è il titolo originale di libro e film.
Qui, il Diavolo è ovunque: in pensieri, parole, opere e omissioni. Striscia e si insinua nella mente di chiunque si lasci sopraffare dallo sconforto e dalla follia. La preghiera, di stampo pentecostale, è isterica, ha natura superstiziosa, spesso viene ostentata, addirittura gridata: i personaggi la usano come una formula magica, attribuendole con rabbia virtù taumaturgiche. Quando Dio non risponde, qui, si fa vivo il Diavolo, puntualmente, sottoforma di abominio: predicatori lascivi, predatori sessuali, feticisti omicidi, giustizia corrotta. E scorre tanto sangue, colloso, più nero che rosso, infernale.
In questi luoghi, nascono leggende nere, storie di croci e case maledette che vengono bruciate, che hanno la potenza di quei racconti orali di natura arcaica che sono diventati fondanti per opere letterarie come quelle di Washington Irving, prima, e di Shirley Jackson, Stephen King e pure Joe R. Lansdale, poi.

Le premesse narrative di Le strade del male si basano su elementi antropologici di grande e oscuro fascino (Nic Pizzolatto lo sapeva bene, quando ha creato e sceneggiato la prima stagione di True Detective) che Pollock conosce approfonditamente, dopo una vita passata proprio nei luoghi dei suoi racconti e romanzi.
Anni fa, provai a leggere la sua raccolta Knockemstiff (2008): abbandonai al secondo racconto, letteralmente nauseata dall’abiezione dei personaggi e delle vicende descritti.
Il film Le strade del male si basa su quel tipo di situazioni, ma non riesce a essere altrettanto (o diversamente) convincente nella rappresentazione del peccato e dell’immoralità.

Nel film di Campos, latita la consequenzialità: i personaggi sono un po’ abbandonati a se stessi e non si coglie uno sviluppo costante e lineare delle loro personalità e delle loro azioni.
Per esempio, solo la voce narrante chiarisce che il serial killer Carl (Jason Clarke) considera le uccisioni che perpetra come una religione (e, allora, i suoi assassinii possono essere concepiti come riti e non piani). Eppure, mai Carl parla di religione, mai si intuisce che egli possa attribuire un valore mistico al suo voyeurismo, togliendo al film uno dei dettagli di colore più pittoreschi: il dissonante fervore religioso (che, paradossalmente, caratterizza oso dire solo blandamente perfino Roy, il predicatore di Harry Melling). E, anche per questo, mi sembra certo che Sandy (Riley Keough) non condivida con lui questa visione pseudo-religiosa dell’omicidio a sangue freddo. E, poi, cos’è Sandy? Una pazza? Una vittima? Una sadica? Non è dato sapere.
Oppure, lascia interdetti l’atarassia di Helen (Mia Wasikowska), che, nelle poche scene in cui compare, non sembra mai consapevole di quello che le sta accadendo intorno, ma non per carattere, bensì per quello che ritengo sia un difetto di scrittura che l’ha resa impalpabile, laddove la si voleva disegnare pura e innocente.
Il predicatore di Robert Pattinson dalla voce fessa è correttamente laido, eppure manca di quella necessaria ambiguità che il personaggio avrebbe richiesto.
L’Arvin di Tom Holland soffre di analoghe imprecisioni, ma, secondo me, è il personaggio più struggente e maggiormente centrato, supportato anche da una buona interpretazione del giovane attore inglese. In Arvin, il concetto di circolarità e ineluttabilità di una storia già scritta sembra meglio definito (che scelga la via della guerra – in Vietnam- o della vita in famiglia, tutto è già stato fatto dal padre Willard, e Arvin, nella sua breve vita, ha già avuto la sua dose di morte, turpitudini e pazzie). Arvin risponde alla violenza con violenza, perché, nel girone infernale messo in scena da Pollock e Campos, non esiste altra risposta alle domande del Diavolo.

Nel complesso, Le strade del male è un racconto interessante che si avvale di un’ottima e assai credibile ricostruzione d’ambiente, con persone sporche, case cadenti e piatti sbeccati, orfani cresciuti da vecchi stanchi di vivere, fegatini di pollo e capelli stinti, una povertà costitutiva che sembra quella della Grande Depressione, in cui il New Deal di Roosevelt non pare essersi mai fatto vivo e il tempo è congelato in una stanca attesa della morte.
Però, Le strade del male manca di un tocco in più, di un accento che lo renda indimenticabile, finendo per essere “un film come tanti” tra quelli che sembrano porre in queste storie le basi per una possibile interpretazione degli Stati Uniti contemporanei.

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