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Recensione su Le Notti di Cabiria

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24 gennaio 2013

Maria Ceccarelli, conosciuta come Cabiria, è una prostituta che vive nelle borgate di Roma; donna tenace, linguacciuta e dotata di un grande senso di dignità, eppure fragile e segretamente romantica, ci racconta i volti della Roma anni ’50, tra via Veneto coi suoi vip e i suoi esotici night-club, e le squallide periferie dove gli ultimi vivono sotto terra, nelle umide grotte.
Stupendo carosello notturno, con il superdivo Amedeo Nazzari a rappresentare l’accidiosa inquietudine di chi vive nel lusso, accompagnato alla raffinata e sensuale Dorian Gray emblema degli sbalzi d’umore derivanti dalla cronica depressione. La piccola e tosta Cabiria si intrufola per una notte nella loro reciproca distruzione, e dal buco della serratura assiste alla proiezione di un film drammatico sentimentale; come set, le mura domestiche. Ne uscirà di soppiatto, perdendosi tra notte ed alba nella brulla periferia, la terra che nasconde come una povera madre i suoi figli in grembo; e alla fine, tra le illusioni da varietà, sarà proprio questo popolo di prostitute, magnaccia e suonatori di mambo ad emergere nella vita di Cabiria come l’unica flebile luce in un mondo di tenebra e inganni. Un atto d’accusa che Fellini non risparmia nemmeno all’italica devozione mariana, cogliendo la tragicomicità della deriva superstiziosa di certi pellegrinaggi.
Immortale particina per Aldo Silvani, l’ipnotizzatore; dolce e materna, ma senza eccessi, la giunonica Franca Marzi nel ruolo dell’amica Wanda.

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