Recensione su Perdizione

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Naufragare / 7 Dicembre 2018 in Perdizione

Perdizione, come tutte le opere di Béla Tarr, è un film per spettatori pazienti e bendisposti. Sfiancante approcciarsi al film se non si è in questa condizione, perché non c’è una trama alla quale appigliarsi per rimanere a galla. Lo spettatore deve naufragare nel film o abbandonare il film. Béla Tarr costruisce uno stile totalmente finalizzato a costruire uno sguardo immersivo, da cui la scelta del bianco e nero, l’uso sistematico di lunghi piani-sequenza e delle carrellate laterali. Per farlo deve prima decostruire qualsiasi illusione narrativa e gli elementi costitutivi del dispositivo cinematografico stesso, cioè lo spazio e il tempo, che qui sono sospesi e svuotati di senso. Il tempo non scorre, immobilizzato, lo spazio non è abitato, ovunque è un non-luogo in cui è impossibile instaurare un vero incontro con l’altro: non ci aiuta la parola (i dialoghi sono vuoti e ampollosi), non ci aiuta l’amore né come sentimento (impossibile) né come atto fisico (gelido e meccanico). Alcuni indizi (cfr. bar Titanic) esplicitano simbolicamente che si tratta di un film sul naufragio, sull’impossibilità di essere umani, di essere qualcosa di diverso dalle bestie e dai cani che corrono vanamente sotto la pioggia, sull’impossibilità di uno sguardo autentico sul mondo. Lo sguardo della camera è infatti sempre inquadrato all’interno di una cornice o è sempre mediato da un oggetto qualsiasi e casuale, immobile, in primissimo piano, che non ha un significato narrativo ma svolge una funzione puramente dialettica di ostacolo al nostro sguardo; la camera ogni volta scivola lentamente di lato, con un movimento naturale, dandoci l’illusione quasi voyeuristica di spiare qualcosa di importante, quando invece non accade nulla che valga la pena guardare. Durante la visione mi sono immedesimato nell’attore della scena iniziale, teso a guardare fuori dalla finestra il nulla che è, il nulla che nietzscheanamente siamo.

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