Fortunata

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Fortunata

Fortunata è una giovane mamma divorziata di una bambina di otto anni che, ogni giorno, attraversa la città, per lavorare come parrucchiera a domicilio, con la speranza di risparmiare abbastanza per aprire un negozio tutto suo.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Fortunata
Attori principali: Jasmine TrincaStefano AccorsiAlessandro BorghiEdoardo PesceHanna SchygullaNicole Centanni, Rosa Diletta Rossi, Emanuela Aurizi, Federica Sabatini, Alvia Reale, Jacelyn Parry, Valeria Nardilli, Alessandra Muccioli, Awa Ly, Demetra Avincola, Sergio Castellitto
Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura/Autore: Margaret Mazzantini
Colonna sonora: Arturo Annecchino
Fotografia: Gian Filippo Corticelli
Produzione: Italia
Genere: Drammatico
Durata: 103 minuti

Le esagerazioni della coppia Castellitto-Mazzantini / 14 Ottobre 2019 in Fortunata

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Quando, ieri sera, mi sono accorta che, su Amazon Prime Video, era disponibile questo film con due attori italiani che mi piacciono molto -Jasmine Trinca (per questa interpretazione, premiata a Cannes, nella sezione Un certain regard, e, poi, con un David e un Nastro d’argento) e Alessandro Borghi (Nastro d’Argento come non protagonista)- non mi sono neanche posta il problema di ricordare chi l’avesse diretto. Perciò, i titoli di testa sono stati una mazzata.
Regia: Sergio Castellitto.
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini.
Nuooooo…

Benché Castellitto-attore mi piaccia (quasi) sempre, non reggo l’accoppiata artistica con la moglie scrittrice. Proprio non ci riesco. Ci ho provato, pentendomene sempre (vedi, Non ti muovere e La bellezza del somaro). Ma mi sono detta: “Vabbuò, dai, magari stavolta…”.
Invece, no. Mannaggiammé.

Le esasperazioni tipiche del performer Castellitto e le esagerazioni con scarso senso del causa-effetto della Mazzantini si ripresentano anche in questo film che, pure, parte molto bene, con una descrizione decisa e calibrata di alcuni personaggi.
Oltre all’eccellente Trinca, bella, addolorata e dolorosa, e a Borghi, perfino mal sfruttato nella sua capacità di incarnare un personaggio così sensibile e fragile, c’è la bambina, Nicole Centanni che apre in un istante un mondo di sofferenza e violenza con disarmante semplicità: la Centanni rappresenta un ottimo lavoro di casting, con quel volto “vecchio” che, in qualche modo, per la sua maturità (non per motivi fisionomici), mi ha ricordato quello di Pippi, la protagonista di un (per me) felicissimo precedente di Castellitto, Il grande cocomero (1993) di Francesca Archibugi.

Poi, basta. Per me, i pregi del film si fermano qui. Perché tutto va a catafascio, tra semplificazioni, improbabilità (ma davvero la scenata davanti ai CC dovrebbe essere convincente e, magari, realistica?), musiche usate a sproposito (dai Cure ai Creedence, passando per Anthony & The Johnson… Forse, Vivere di Vasco è l’unico brano usato a capocchia), dialoghi non troppo credibili, luoghi comuni, personaggi didascalici nati da una visione idealizzata di un contesto come quello della periferia romana (imbarazzante la caratterizzazione delle “ragazze di borgata”) che, a tratti rammenta certe trovate di Ozpetek (sarà un caso che la fotografia di Fortunata sia curata da Gian Filippo Corticelli, che ha lavorato spesso con il regista turco?).
A questo proposito, il medico psicologo di Stefano Accorsi (che, guarda un po’, ha lavorato con Ozpetek) è la summa (in negativo) della nevrastenia castellittana. Oltre ad avere il grido facile, è un uomo moralmente discutibile, deontologicamente scorretto (a dispetto di quel che dice), che dichiara che una sua paziente non ha bisogno di supporto psicologico, pur di non impegnarsi (sentimentalmente? Io direi sessualmente) con la madre, invece di trasmettere il caso a un collega, lasciando creature incolpevoli in balia di un sistema malfunzionante. Non dico che questa opzione di cui ciancio sia la prassi (non conosco le procedure burocratiche del SSN), ma, accidenti, se il buongiorno si vede dal mattino, non mi stupisce che, alla fine, nasconda a quella sfortunatissima di Fortunata (la Trinca) la vincita milionaria al Lotto fatta con i preziosi numeri costati, infine, l’internamento a Chicano (Borghi). Che, poi, forse, devolva questi soldi ai migranti (non è chiaro il gioco di aggrottamenti di fronte di Accorsi mentre guarda la tv) non lo salva dall’essere un mistificatore.

Nel complesso, questo della premiata ditta Castellitto-Mazzantini è un film abbastanza inutile (quanto l’uso della tragedia di Antigone come metafora della liberazione della protagonista), didascalico e inutilmente esagerato. In sostanza, cosa vuole dirci? Aiutati che il Ciel t’aiuta? Sai che novità.

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Si poteva fare di più / 22 Ottobre 2017 in Fortunata

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Storia che descrive la realtà di un determinato contesto italiano, tira fuori la voglia di rivalsa e di svoltare sia per mezzo del lavoro che per altre vie meno impegnative. I personaggi non mi hanno convinto al 100%, soprattutto quello dello psicologo che si lascia così facilmente travolgere da tutto senza dimostrare poi una reale convinzione nel finale. Nel complesso il film risulta scorrevole ma con una vena di delusione perché mi aspettavo, viste le premesse della storia, potesse lasciarmi qualcosa di più.

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La periferia romana, con la sua miseria, i suoi sogni e la sua voglia di rivalsa. / 11 Giugno 2017 in Fortunata

Fortunata è una madre che vive le sue giornate cercando di assicurare alla sua unica figlia e a sé stessa un’esistenza dignitosa. Una donna determinata che, nonostante le sue fragilità, resiste a tanti, tantissimi urti. Separata da un marito rozzo e violento, fa la parrucchiera a domicilio e in nero. Ha un sogno nel cassetto, aprire una parrucchieria.
Dietro la protagonista sobbollono, come ci si aspetta, tutti gli elementi della povertà moderna, con i suoi pregi e i suoi difetti: la malasorte, il disprezzo per la propria condizione, la violenza, la sporcizia, l’illegalità, la solitudine, la disperazione più nera, la fame, la dignità, il rispetto, la solidarietà, i legami, la forza d’animo, la voglia di vivere e di salvarsi.

A fronte di alcuni elementi positivi del film – Jasmine Trinca, la protagonista, è bravissima, Alessandro Borghi anche, interprete di un uomo fragile e puro nell’animo. Perfino gli spunti narrativi sono magari “già visti” ma validi – , tuttavia non sono riuscito ad apprezzare la pellicola nel suo complesso.
Pur consapevole che le scelte richiamino, presumibilmente, il libro della Mazzantini -che non ho letto-, ho trovato la storia e la sua resa forzate in alcuni punti e sviluppi.

Premetto subito che sono solo riflessioni, senza alcuna pretesa e che avrei, anzi, piacere ad ascoltare anche altre opinioni.

Ammetto che la regia mi ha colpito negativamente in qualche sua scelta. Per esempio, l’utilizzo ripetuto del cambio di inquadratura per marcare di più il momento: morte tragica – spazio aperto, voglia di fuggire – uccello in volo, etc. .
Le musiche, che cercano in qualche modo di decontestualizzare lo spettatore con una trovata che ammetto di aver spesso amato (quando parte un bel pezzo rock, d’improvviso, su scena lenta, oppure una sinfonia rilassante su scena violenta e tragica) mi sono sembrate più un’ammiccata che una scelta stilistica o artistica.
Per quanto riguarda la trama e i suoi personaggi, a parte la protagonista che, ripeto, bravissima, gli altri rispondono a dei modelli forse troppo piatti, con un innesto anche discutibile in alcune parti del film.
Edoardo Pesce (“Sta banda nun se scioje co’ un par de vaffan**lo!”), mi è sembrato un personaggio dalle sfaccettature e dalle peculiarità, semplici sicuramente, ma altrettanto sottili. Il marito brutale, violento ed ignorante, ma anche immaturo culturalmente ed incapace a vivere le proprie emozioni da adulto responsabile, in sintesi il bullo di periferia quarantenne, avrebbe meritato, forse, una maggiore attenzione per una migliore incisività, che io, invece, non ho saputo cogliere.
Stefano Accorsi, è il medico stressato da una vita grigia e borghese. È benestante, ma serba anche lui la sua bella dose di evasione dalla routine. Accorsi, diversamente da Pesce, non mi è sembrato a suo agio nella parte. Forse più per l’archetipo che si è trovato ad interpretare, che per proprie responsabilità. Inoltre, la sua presenza nella trama mi è parsa alterare eccessivamente l’impianto del film, deviandolo da una linea narrativa che, a mio modo di vedere, doveva rimanere maggiormente ancorata al contesto della periferia e al sogno di Fortunata. Insomma, forse è un personaggio fuori posto o posto male, non so.
Anche se non mi ha convinto, non ho tanto da dire su Alessandro Borghi. Io ci ho rivisto gli occhi da tossico di “Non essere cattivo”, ma va bene anche così. Il personaggio rende meglio degli altri secondari e fa il suo dovere.

In conclusione, Fortunata mi ha lasciato ben poco come film in sé per sé.
Quasi spontaneo per me il richiamo a tante storie miserabili e ad un cinema del passato che ammiro e che rimane, ancora oggi, più attuale che mai ed insuperabile.
Tuttavia, è innegabile la sua carica di emotività nel trasmettere quella forza nascosta, quasi sovrannaturale, che solo le donne riescono ad esprimere, soprattutto quando sono madri.

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