Recensione su Batman v Superman: Dawn of Justice

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C’è speranza / 2 Aprile 2016 in Batman v Superman: Dawn of Justice

Per Batman vs Superman: Dawn of Justice non esiste affermazione più sbagliata di questa: “chi ha apprezzato L’Uomo d’Acciaio amerà anche questo film”. Perché è vero il contrario. Quel film tremendo, per la sua triste delusione delle aspettative, fa da contraltare preciso a questo secondo capitolo: ne esalta il valore, il lavoro, la qualità. L’Uomo d’Acciaio è il metro di paragone perfetto per capire cosa andava fatto, come, e perché. I film non riusciti a volte ritornano utili sotto questa prospettiva.

Batman vs Superman riparte proprio da lì, da quel pessimo epilogo del primo capitolo, fatto di inquadrature tutte uguali e un montaggio sconclusionato, e costruito intorno ad una guerra, e un duello, che avevano portato lo spettatore ad un interesse e coinvolgimento pressoché indifferente. Di fatto, in questo caso, Snyder riesce a donargli un senso, e a ristabilirne l’immagine: dentro quel tripudio di distruzione c’era Bruce Wayne, alias Batman, che vedeva distrutta la sua azienda, i suoi affetti più cari, e partoriva così l’odio verso quel dio vestito in blu e rosso, tale Superman, che aveva portato guerra, morte e paura.

Paradossale quanto accada con le aspettative del pubblico a volte: il trailer, il nome di Nolan in produzione, quello di Snyder alla regia, rendevano L’Uomo d’Acciaio il potenziale film per eccellenza sui supereroi, caduto invece malamente a colpi di banalità e pressapochismo di messinscena. Quindi, questo fattore delusione del primo capitolo, il titolo che sembra più il lancio di un videogioco che di un film, il trailer pessimo, facevano attendere Batman vs Superman in modo mesto, e scontato. Invece questo blockbuster costato cifre astronomiche non fa rimpiangere il prezzo del biglietto. Per buona parte è esaltante, e spiazza per intelligenza ed accuratezza, attenzione agli equilibri, tanti, forse troppi, e alcuni non necessari. A Snyder le imposizioni sono state messe, i paletti per certi confini commerciali piantati bene e visibili, qui il compito non era quello di fare un grande film di qualità, ma lanciare la sfida alla Marvel, creare una “serie” su supereroi DC Comics, promuovere una nuova visione nel genere, una nuova proposta, un nuovo mondo di merchandising, e profitti stellari. E solo in seconda istanza, in tutto questo, se possibile, anche fare un buon film, che piaccia, e che non sia oltremodo criticato. Insomma Snyder doveva prendere Nolan e shakerarlo un po’ con Michael Bay, un po’ con gli Hunger Games e derivati. Con queste limitazioni di estro (che il regista di Watchmen ha in vasta misura) il compito era difficile, perciò il risultato ancor più sorprendente, perché in tale senso Batman vs Superman è un film sacrificato sull’altare del dio denaro, ma purificato da una dignità cinematografica. Superiore a molta Marvel.

Qui lo scontro in atto è tra due eroi, che iniziano a perdere il loro “super”, due miti in decadenza, due titani dell’antichità. Si inquadrano due mondi: quello più realistico ed umano di Batman, quello divino e ultraterreno di Superman. Il conflitto è tra uomo e dio, tra realismo e mistificazione, tra fede nell’umanità e fede nella divinità. Snyder eredita la visione di Nolan per il suo Batman che con Ben Affleck trova un interprete pienamente azzeccato (forse il più di tutti nella folta produzione sull’uomo pipistrello?), accentuando i toni cupi, la fotografia dimessa e sporca, le atmosfere dark che investono anche la pellicola nella sua totalità: un marchio espressivo della produzione DC, meno colorata e giocherellona della Marvel. Ma il regista mostra più consapevolezza e autorità nella rappresentazione di Superman, andando a pescare nell’immaginario di sua competenza (Watchmen) per restituire il senso della divinità, nella prospettiva delle inquadrature, o nei rimandi evangelici: il tocco (anche del mantello) dei “fedeli”, la deposizione dalla croce, ecc…

La colonna sonora di Hans Zimmer e Junckie XL, che funzionava già nel primo capitolo, qui non è mai fuori luogo, e contribuisce ad identificare i vari costumi e personalità che abitano questo nuovo mondo, fusione tra Gotham e Metropolis: tra questi troviamo anche un Lex Luthor vagamente jokeriano, interpretato da Jesse Eisenberg, complessivamente equilibrato, sebbene a volte pecchi di poca originalità (il lavoro di Heath Ledger nel suo Joker emerge in modo paradigmatico, quasi dogmatico) ed esca fuori dalle righe; poi anche un’inutile, ai fini della trama, Wonder Woman (Gal Gadot) che tuttavia è bella, ed ha proprio un tappeto musicale piacevole (ma può bastare? No).

Ecco, il film sarebbe potuto finire prima, avere così una durata rispettabile anche per lo spettatore meno preparato, e permettere a questa recensione di terminare qui, e di essere così in larga scala positiva. Ma no. Il villain non poteva solo essere Lex Luthor, freddo, cinico, intelligente e spietato che sporca l’immagine dei due eroi e li porta allo scontro, che consente a Snyder di realizzare scene cinematograficamente interessanti, come tutta la sequenza dell’attentato, e quanto, in termini di dialoghi ed accorgimenti narrativi, la precede, per esempio; no, non poteva nemmeno essere un villain così curiosamente psicologico, insito nello stesso scontro tra i due titani, un villain che giocasse con lo spettatore e con il suo patteggiare, quasi come ai piedi di un ring, a volte per l’uno, a volte per l’altro: un “cattivo” buono, un “cattivo” diverso, maturo, originale, introspettivo. No. Il mostro assurdo, all’anagrafe fumettistica Doomsday, concepito male e nato male in sede di sceneggiatura (ai limiti del ridicolo), esteticamente brutto, che poteva incutere paura negli anni ’90 ma non oggi, ci doveva essere: e con lui tutta la debordante, frastornante, inconcludente parte finale, dove, tra l’altro, Wonder Woman salva Batman, e rende noto il suo ruolo in questo film, perché non sia mai da pensare solo ed esclusivamente in termini pubblicitari.

Batman vs Superman poteva e doveva essere di più. Stare lì, in quel versus del titolo, ragionando sul conflitto tra entità, mondi, e visioni diverse. Sul perché i buoni non possano essere o diventare cattivi, sul perché, infine, con rinnovata speranza, debbano necessariamente allearsi tra loro. “Un prodotto mancato, un mix d’autori che non ha funzionato. Questa volta. Ché io non mi sento di bocciare, per il futuro. Anzi”: così concludevo la recensione de L’Uomo d’Acciaio. Sono stato profetico. Questo seguito non è da dimenticare. È un passo avanti nella nuova alba del genere supereroi con il quale, volenti o nolenti, dovremmo fare i conti per molto ancora. È il cinema di questo tempo.

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