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Recensione su Barton Fink - È successo a Hollywood

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9 marzo 2014

Un autentico gioiellino, uno dei tanti nella fantastica carriera dei fratelli Coen, anche se con Barton Fink siamo in presenza senza dubbio di uno dei film più originali della coppia.
La prima parte è un gioiellino per gli splendidi dialoghi, profondi e forbiti, mai sconclusionati.
La seconda parte è un gioiello di simbolismo, che apre a una miriade di interpretazioni e di misteri.
Chi ha ucciso Audrey? Cosa simboleggia l’albergo in fiamme? Cosa c’è nella scatola? (Questo lo sappiamo fin troppo bene, o forse no?)
Francamente non importa saperlo, l’ecpirosi finale, un po’ come ne Il nome della rosa, sembra lavare col fuoco dolori e peccati, e soprattutto sembra mondare le angosce di Barton, che nel finale acquista una serenità interiore che non gli era propria.
Gran personaggio quello di Barton Fink, interpretato in maniera eccellente da un bravissimo John Turturro, un attore di secondo piano forse soltanto a causa dell’aspetto fisico che lo costringe a ruoli non esattamente universali. Un po’ come il mitico John Goodman, anch’egli fantastico nel ruolo del folle assicuratore Charlie, che resta tale solo nella stanza di Barton.
Altri personaggi contribuiscono ad alimentare dubbi e simbologia, in particolare il portiere Chet (Buscemi), sorta di moderno e misterioso Caronte, che trascina il carrello per raccogliere le scarpe da lucidare, ordinatamente disposte lungo quell’infinito e spettrale corridoio.
Un finale surreale quanto rivelatore, con un Barton rilassato e stavolta in pace con se stesso, che prima si vede rifiutare quello che considera il suo miglior lavoro (insultato e umiliato da colui che gli aveva baciato i piedi) e poi vive in prima persona l’esperienza paradisiaca, di pace interiore, che il quadro della sua stanza d’albergo gli aveva fatto tanto agognare.
Barton Fink è, insieme, un saggio sulla creatività e una critica all’industria hollywoodiana, vera e propria catena di montaggio di emozioni (indicativo non solo il fatto che a uno come Barton, che aveva avuto grande successo a Broadway, venga affidato un film sul wrestling, ma anche l’episodio in cui l’autore assiste agli stucchevoli giornalieri di un b-movie da cui gli si chiede sostanzialmente di prendere spunto, e da quanto tutto ciò sia distante dall’esperienza di Broadway, che apre la pellicola).
Ma Barton Fink è anche un ritratto dell’instabilità e dell’ignoto che regnano nella psiche umana (e in ciò è fondamentale anche il ruolo dello scrittore di successo Mayhew, divenuto un alcolizzato, che rappresenta la dicotomia tra l’intelletto creativo e l’instabilità del soggetto che tale intelletto ospita).
Palma d’oro a Cannes 1991. Un gioiellino.

1 commento

  1. alex10 / 9 marzo 2014

    Gran bel film, girato in maniera eccezionale, i Coen ci fanno veramente fare e sì, il loro stile è assai riconoscibile, però al contempo riescono a creare un’opera nuova, affascinante nel suo trasmettere inquietudine. Veramente un film intelligente ai massimi livelli, che si ispira però elabora del nuovo. Detto questo, non gli darei un 10. 😉

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