2017

A Ciambra

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A Ciambra
A Ciambra

'A Ciambra' è una comunità Rom allocata nei pressi di Gioia Tauro, in Calabria. Pio Amato ha solo 14 anni, ma vuole vivere intensamente e crescere in fretta. Seguendo ovunque suo fratello Cosimo, beve, fuma e, grazie alla sua personalità, riesce a integrarsi con le comunità di africani immigrati della vicina Rosarno. Quando Cosimo finisce in prigione, Pio vuole dimostrare di essere in grado di prenderne il posto.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: A Ciambra
Attori principali: Pio Amato, Koudous Seihon, Damiano Amato, Iolanda Amato, Patrizia Amato, Rocco Amato, Susanna Amato, Francesco Pio Amato
Regia: Jonas Carpignano
Sceneggiatura/Autore: Jonas Carpignano
Colonna sonora: Dan Romer
Produttore: Paolo Carpignano, Jon Coplon, Gwyn Sannia, Ryan Zacarias, Martin Scorsese, Joel Brandeis, Christoph Daniel, Fernando Fraiha, Alessio Lazzareschi, Sophie Mas, Lourenço Sant'Anna, Marc Schmidheiny, Dario Suter, Daniela Taplin Lundberg, Rodrigo Teixeira, Emma Tillinger Koskoff
Produzione: Italia, Brasile, Germania, Francia, Usa, Svezia
Genere: Drammatico
Durata: 118 minuti

Cipiò / 17 Dicembre 2017 in A Ciambra

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dopo un uomo e un prologo in un cavallo, che ritorneranno spesso a cloppete cloppete in corso d’opera, esplode la giostra del disagio. Tutti, per tutto il film, che poi sarebbe anche quello da mandare agli Oscar come miglior film italiano, continueranno a chiamare PioPioPio, solo che lo dicono in calabrese stretto - quasi tutto è sottotitolato, e diventa... continua a leggere » Piewpiewpiew, in continuazione un pigolio, i bambini e gli adulti. Pio è il protagonista, un quattordicenne in una famiglia di 15 (no dico QUINDICI) zingheri che vive nella comunità? Palazzoni? Cazzo é? Che si chiama A Ciambra, e sta a Gioia Tauro (sono andato pure a vedere su maps). L’impatto è uno shock, la famiglia urla tutta insieme (e quello è quando son tranquilli), quando arriva la pula Pio ha il compito di staccare i fili che rubano la corrente, i bambini di 5 anni fumano, Pio fuma più sigarette di Clark Gable, beve, vive un incrocio e tensione perenne tra l’età sua e i problemi ipercomplessi da affrontare (trovare 9000 euro). Mentre i cuginetti bruciano i cavi per tirar fuori il rame, il padre e il fratello di Pio finiscono dentro; implicitamente tocca a lui portare soldi, che non bastano mai, rubando e facendo affari con la comunità africana (che i rom chiamano “i marocchini”), dove ha un ragazzo grande per amico, Ayiva. Quindi la storia è disagio e peggioramento, di questo regazzi’ che vorrebbe tanto una figura di riferimento ma intorno ha solo ladri di macchine e ricettatori, e allora s’attacca a quelli, alla ricerca di qualcuno che gli dia parola leggera e una carezza dolce. Perché è sfaccettato, taciturno e indomabile e ribbbelle alle regole, anche a quella che vieta di rubare in casa agli ‘ndranghetisti perché son permalosi e rischiano di prendersela. E insomma qualcuno deve pagare, e il conto sarà sotto forma di tradimento e di crescita, verso l’unica persona, fuori dalla famiglia, di cui aveva imparato a fidarsi. Del resto prima di morire “siamo noi contro tutti” rivela il nonno. Portatore anziano della metafora del cavallo, sempre pericolose le metafore in giro per i film, o diciamo che non sono quasi mai la parte mia preferita. Il cavallo, cavallo pazzo e selvaggio, Pio che non si ferma mai ed è irrequieto e frullante come un passerotto che fa cipì (supercit.). Pio e la sua famiglia recitano praticamente il ruolo di sé stessi, il giovane regista e riuscito a finire sotto un’ala di Scorsese e aveva fatto un precedente film, Mediterranea, che in Italia ci siamo fumati del tutto; e dove pare ci fossero già Ayiva (protagonista) e Pio sullo sfondo, qui i ruoli si invertono in un prosieguo che è un coacervo e mixtape esplosivo di razze e miserie, rifiuti ovunque, i rom, i neri di Rosarno, gli spaventevoli “italiani” sullo sfondo, pezzi di realtà che non passano in tv e permettono quell’identificazione così poco di moda verso il mondo degli ultimi. Un problema, del film e non dei zingheri, è che, oltre il fumo dei falò e le urla quando arriva la polizia, poco si vede all’orizzonte, per personaggi nati in un contesto normalizzato dall’abitudine ma sostanzialmente agghiacciande e cresciuti cavicchiandosela, per cui stai con lui e per lui ma ti aspetti sempre che qualcuno lo riempa di botte/ammazzi/sbatta dentro, e se non accade durante il film succederà di certo subito dopo :( Insomma, è una scelta ma, a quanto pare, speranza non v'è.

Il sapore greve dell’ineluttabilità / 31 Agosto 2017 in A Ciambra

Il tema scelto dal giovane Carpignano per il suo secondo lungometraggio è complesso e di difficile argomentazione, eppure il film riesce nel palese intento di mostrare con una sorta di sconcertante obiettività cose che è sconveniente rendere note ai più ma che è impossibile far finta che non esistano.
Non un documentario, ma un vero e proprio racconto... continua a leggere » di viscontiana ispirazione, A Ciambra racconta la quotidianità del quattordicenne Pio e della sua famiglia rom all'interno della comunità stanziale della Ciambra, presso la Marina di Gioia Tauro, in Calabria.
Quello che Carpignano mostra senza troppe remore è un mondo caotico e sovraffollato fortemente legato a un sistema gerarchico non scritto in cui i concetti di famiglia e memoria fungono da perno e collante, dando vita a una realtà altra, in cui il tempo è sospeso (i bambini sono adulti in miniatura e i vecchi sono bambini avvizziti: di alcuno si comprende realmente l'età) e dove vigono usi, leggi e codici radicatissimi e molto lontani dal vivere e sentire comune.
Ciò che viene mostrato di questo contesto può apparire disturbante, illogico o esotico: il fatto è che tutto ciò esiste realmente, si tratta di una forma di cultura, intesa nel senso antropologico del termine, e come tale ha una sua ragion d'essere.

Come un'entità incorporea partecipe ma incapace di intromettersi, consigliando o giudicando il protagonista, la macchina da presa mobilissima di Carpignano segue e accompagna l'indomito Pio in ogni singola scena del film, come se fosse appoggiata sulla sua spalla, mostrando al pubblico un mondo intrigante benché per lunghi tratti repulsivo. In questo luogo, fortemente circoscritto ma non segnato da confini propriamente detti (ché questi ucciderebbero Pio, poiché il ragazzino è claustrofobico), si consumano riti sociali primordiali, in cui il valore del vincolo di sangue e una sorta di istinto millenario votato al furto travalicano qualsiasi forma di moralità conosciuta.

Il fascino di A Ciambra, quindi, sta essenzialmente in questi tre elementi: la rappresentazione naturalista, à la Dardenne, del contesto; l'abilità tecnica di Carpignano, capace di restare perennemente incollato agli attori senza che essi, apparentemente, ne risentano in alcuna maniera, che si concretizza in un pedinamento insistente ed efficace tipicamente neorealista e in una sensibilità estetica tale da rendere attraente qualsiasi cosa, perfino la spazzatura; il fascino di una cultura incomprensibile e diversa che disconosce il significato del compromesso.

Un racconto di formazione duro, concreto, che guarda in faccia gli ultimi, dandogli dignità, e lascia in bocca il sapore greve dell'ineluttabilità.

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