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Recensione su A Ciambra

/ 20177.221 voti

Cipiò / 17 dicembre 2017 in A Ciambra

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dopo un uomo e un prologo in un cavallo, che ritorneranno spesso a cloppete cloppete in corso d’opera, esplode la giostra del disagio. Tutti, per tutto il film, che poi sarebbe anche quello da mandare agli Oscar come miglior film italiano, continueranno a chiamare PioPioPio, solo che lo dicono in calabrese stretto – quasi tutto è sottotitolato, e diventa Piewpiewpiew, in continuazione un pigolio, i bambini e gli adulti. Pio è il protagonista, un quattordicenne in una famiglia di 15 (no dico QUINDICI) zingheri che vive nella comunità? Palazzoni? Cazzo é? Che si chiama A Ciambra, e sta a Gioia Tauro (sono andato pure a vedere su maps). L’impatto è uno shock, la famiglia urla tutta insieme (e quello è quando son tranquilli), quando arriva la pula Pio ha il compito di staccare i fili che rubano la corrente, i bambini di 5 anni fumano, Pio fuma più sigarette di Clark Gable, beve, vive un incrocio e tensione perenne tra l’età sua e i problemi ipercomplessi da affrontare (trovare 9000 euro). Mentre i cuginetti bruciano i cavi per tirar fuori il rame, il padre e il fratello di Pio finiscono dentro; implicitamente tocca a lui portare soldi, che non bastano mai, rubando e facendo affari con la comunità africana (che i rom chiamano “i marocchini”), dove ha un ragazzo grande per amico, Ayiva. Quindi la storia è disagio e peggioramento, di questo regazzi’ che vorrebbe tanto una figura di riferimento ma intorno ha solo ladri di macchine e ricettatori, e allora s’attacca a quelli, alla ricerca di qualcuno che gli dia parola leggera e una carezza dolce. Perché è sfaccettato, taciturno e indomabile e ribbbelle alle regole, anche a quella che vieta di rubare in casa agli ‘ndranghetisti perché son permalosi e rischiano di prendersela. E insomma qualcuno deve pagare, e il conto sarà sotto forma di tradimento e di crescita, verso l’unica persona, fuori dalla famiglia, di cui aveva imparato a fidarsi. Del resto prima di morire “siamo noi contro tutti” rivela il nonno. Portatore anziano della metafora del cavallo, sempre pericolose le metafore in giro per i film, o diciamo che non sono quasi mai la parte mia preferita. Il cavallo, cavallo pazzo e selvaggio, Pio che non si ferma mai ed è irrequieto e frullante come un passerotto che fa cipì (supercit.). Pio e la sua famiglia recitano praticamente il ruolo di sé stessi, il giovane regista e riuscito a finire sotto un’ala di Scorsese e aveva fatto un precedente film, Mediterranea, che in Italia ci siamo fumati del tutto; e dove pare ci fossero già Ayiva (protagonista) e Pio sullo sfondo, qui i ruoli si invertono in un prosieguo che è un coacervo e mixtape esplosivo di razze e miserie, rifiuti ovunque, i rom, i neri di Rosarno, gli spaventevoli “italiani” sullo sfondo, pezzi di realtà che non passano in tv e permettono quell’identificazione così poco di moda verso il mondo degli ultimi. Un problema, del film e non dei zingheri, è che, oltre il fumo dei falò e le urla quando arriva la polizia, poco si vede all’orizzonte, per personaggi nati in un contesto normalizzato dall’abitudine ma sostanzialmente agghiacciande e cresciuti cavicchiandosela, per cui stai con lui e per lui ma ti aspetti sempre che qualcuno lo riempa di botte/ammazzi/sbatta dentro, e se non accade durante il film succederà di certo subito dopo 🙁 Insomma, è una scelta ma, a quanto pare, speranza non v’è.

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