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Recensione su Silverado

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Get ready for the ride of your life… / 9 maggio 2015 in Silverado

Quattro simpatici cowboy s’incontrano e fanno amicizia lungo la strada per Silverado, un paesino del selvaggio west. Emmett (Scott Glenn, capo di Jodie Foster nel Silenzio degli Innocenti) e suo fratello minore Jake (Kevin Costner, che ha iniziato qui la sua carriera) vogliono riabbracciare la sorella e la sua famiglia prima di andare a cercar lavoro in California. Mal (Danny Glover due anni prima di Arma Letale) vuole tornare dai suoi dopo aver lavorato per qualche tempo in un mattatoio di Chicago. Paden (un intenso Kevin Kline, lontanissimo da quello di In & Out) è invece uno spiantato in cerca di fortuna.
Giunti sul posto scoprono però che tutti i parenti sono stati incarcerati o uccisi dal corrotto sceriffo Cobb (Brian Dennehy), vecchia conoscenza di Paden, in combutta col losco possidente McKendrick (Ray Baker), a cui Emmett uccise il padre per legittima difesa. I due sono intenzionati a far piazza pulita di tutti i piccoli proprietari terrieri di Silverado, inclusa una carovana di poveri coloni appena giunti in città, tra i quali c’è una giovane vedova (Rosanna Arquette) divisa tra Paden ed Emmett.
I quattro amici cercano di evitare lo scontro, ma alla fine sono costretti ad improvvisarsi eroi e a rimettere le cose a posto. Nel cast troviamo anche la premio oscar Linda Hunt (la locandiera Stella) e Jeff Goldblum (il perfido giocatore d’azzardo Slick).
Non ha riportato di moda il western presso i giovani, non è piaciuto ai vecchi nostalgici di John Wayne & Co., e non è diventato un cult come le altre pellicole firmate da Lawrence Kasdan negli anni ’80 (Brivido Caldo, Il Grande Freddo, Turista per Caso’).
Eppure il film riesce là dove, nel decennio successivo, falliranno miseramente i kolossal storico-romantici tipo Il Patriota, L’Ultimo Samurai eccetera, e cioè riprendere tutti gli ingredienti del classico cinema hollywoodiano di una volta, dove ci si entusiasma, ci si commuove e si fa il tifo per i buoni, e farli rivivere in uno spettacolo moderno, divertente, e di grande efficacia spettacolare.
In Silverado non c’è nulla che non si sia già visto, dall’inizio (la porta che si spalanca su di un paesaggio immenso, come in Sentieri Selvaggi) alla fine (il duello in stile Mezzogiorno di Fuoco). Anche i protagonisti riprendono personaggi tipici del genere: Emmett è l’uomo tranquillo che spara solo se costretto, Jake è il giovane sbruffone, immaturo e dal cuore d’oro, Paden è il pistolero dal passato turbolento che cerca di rifarsi una vita, mentre Mal è il vendicatore suo malgrado, e il fatto d’essere di colore lo rende il più originale e (forse) il più vero dei quattro.
Ma la forza del film è che Kasdan è stato anche sceneggiatore de I Predatori dell’Arca Perduta, e sfodera in questo film lo stesso senso del ritmo usato per Indiana Jones: racconta tutto al massimo della velocità e con parecchi tocchi d’ironia, in modo che lo spettatore non abbia il tempo materiale di annoiarsi per più di due ore.
Ciliegina sulla torta, la colonna sonora di Bruce Broughton (JAG – Avvocati in Divisa) è forse la più esaltante dai tempi de I Magnifici Sette, tanto che, malgrado il fiasco commerciale del film, è stata adottata come sottofondo per le finali dell’ NBA e del Superbowl di football.

Silverado rappresenta insomma il meglio di quel cinema americano rocambolesco ma con l’anima, cha ama più l’emozionare che il far riflettere (il pensiero, si sa, rallenta l’azione), ma che lo fa col cuore e la giusta ironia. Quando anche il cuore e l’ironia spariranno, e resteranno solo l’adrenalina, gli effetti digitali e la retorica lacrimogena, allora verrà l’epoca del Gladiatore e simili. Pazienza, come disse Bogart in Casablanca “Avremo sempre Parigi”. Anzi, avremo sempre Silverado. In sella, ragazzi !!!

(scritto di mia proprietà presente anche altrove)

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