Regression

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Regression

1990, Minnesota. La giovane Angela Gray accusa il padre di un crimine orrendo, ma alcune sedute con uno psicologo forense fanno emergere dai racconti dell'uomo un terribile segreto di portata nazionale.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Regression
Attori principali: Ethan HawkeEmma WatsonDavid ThewlisLothaire BluteauDale DickeyDavid Dencik, Devon Bostick, Aaron Ashmore, Peter MacNeill, Adam Butcher, Jacob Neayem, Aaron Abrams, Catherine Disher, Julian Richings, Kristian Bruun, Wendy Lyon, Maura Grierson, Patrick Garrow, Janet Porter, Deborah Grover, Lenno Britos, Pamela MacDonald, Goran Stjepanovic, James Preston Rogers, Heather Lapine, Adrian Griffin, Stephen Hughes, Vanessa Spencer, Noah Segura, Attila Sebesy, Alli McLaren, Mackenzie Kerfoot
Regia: Alejandro Amenábar
Sceneggiatura/Autore: Alejandro Amenábar
Colonna sonora: Roque Baños
Fotografia: Daniel Aranyó
Costumi: Sonia Grande
Produttore: Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Fernando Bovaira, Alejandro Amenábar, Christina Piovesan
Produzione: Spagna, Canada
Genere: Thriller, Horror
Durata: 106 minuti

Il voto sarebbe un 6.5 / 27 Dicembre 2016 in Regression

Thriller/Horror un pò particolare, più psicologico che splatter.
L’indagine inizia come un “normale” caso di molestie domestiche; Angela (Emma Watson) svela al detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) particolari sempre più inquietanti che portano il detective a indagare sui riti satanici con la collaborazione del Professore Kenneth Raines (David Thewlis).
Alcuni particolari inquietano e disturbano lo spettatore (e non solo visto che Kenner piomba sempre più nella paranoia), il film attira comunque l’attenzione con una storia inquietante con qualche iniezione di soprannaturale.
La regressione è una sorta di ipnosi indotta per recuperare i ricordi della persona sottoposta a questo trattamento.

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Non manca nulla / 21 Dicembre 2016 in Regression

C’è tutto: ossessione religiosa, crocefissi e rosari, dominazione psicologica, il maligno sotto ogni sua forma.
Riti satanici, violenze sessuali, sacrifici animali ed umani, il tutto in un caso che pare arrivare alla soluzione già dopo venti minuti ed invece no, proprio come nel titolo, si regredisce.
Nel complesso è ben realizzato e gli attori discreti, ma i “riferimenti” son troppi: L’esorcista, The others, Rosemary’s Baby, Shining.
Peccato.

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La scontatezza fatta film / 17 Dicembre 2016 in Regression

Ad inizio anni 90, con gli USA in piena isteria di massa sul satanismo, la storia racconta appunto di una ragazza (Emma Watson) che si rifugia in una chiesa denunciando il padre in quanto autore di violenze sessuali ai suoi danni. Il detective Kenner (Ethan Hawke) indaga, con l’aiuto di uno psicologo, ricorrendo appunto alla tecnica della regressione. Saltano fuori agenti coinvolti, sette sataniche, tutto e di più. E se la verità invece fosse un’altra? E soprattutto, se fosse dannatamente prevedibile? Un film brutto, noioso e, appunto, prevedibilissimo, con anche il cast poco ispirato, stessa cosa per il regista, dal quale era decisamente normalmente aspettarsi un titolo più interessante. Invece proprio non ci siamo.

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Regressione mentale / 14 Dicembre 2015 in Regression

Dopo sei anni di silenzio, il regista Alejandro Amenábar torna a lavorare per il grande schermo con “Regression”, riprendendo proprio quell’elemento di suspense con il quale aprì la sua carriera nel 1996 con “Tesis”, film in cui aveva già perlustrato il territorio dell’orrore e del suo potere sublimante e ipnotico. D’altronde, è proprio questo aspetto che caratterizza la firma di Amenábar, nonostante il regista spagnolo abbia tastato vari generi, dal dramma all’horror: basti pensare a film come “Apri gli occhi”, nonché la sua più celebre ed acclamata pellicola, ovvero “The others”. Con “Regression”, Amenábar riporta alla luce la sua passione per il cinema horror e per il poliziesco americani degli anni ’70 e per pellicole come “L’esorcista” e “Rosemary’s Baby”; a tal proposito cerca di ricreare dei toni cinematografici il più possibile vicini a quell’epoca, tenendo presente una cura estetica corrispondente alle sue intenzioni. Il film si rifà ad episodi realmente accaduti negli Stati Uniti negli anni ’80, ma non è questo ciò che ci interessa: il suo obiettivo è quello di rovistare in una soffitta impolverata, quale è la mente umana, circuita da un “male” che trova le sue scorciatoie attraverso la perdita di cognizione e di morale, ma ancor di più tramite meccanismi psicologici, inconsci o indotti, che arrivano a infestarla con profonde manipolazioni.

Così, con il pretesto dell’indagine del detective Bruce Kenner, sapientemente interpretato da un poliedrico Ethan Hawke, trova uno spiraglio il sempre dibattuto conflitto tra scienza e religione, in un composto di realtà e superstizione elaborato dal meccanismo più fragile e soggetto a travisamenti: quello della comprensione umana. È infatti la paura la vera protagonista di “Regression”, e quella fobofilia che l’uomo si auto-infligge, accompagnata dalle motivazioni in base alle quali si odia il brivido di ciò che appare sconosciuto e non si riesce ad afferrare con la ragione. Il paesaggio, descritto tramite la fotografia dai toni cupi e bluastri di Daniel Aranyó, è desolato, vuoto, ambiguo, proprio come i protagonisti del film, letteralmente storditi dai loro timori, vividi ma intrappolati in corpi e situazioni più o meno incontrollabili. La “regressione” di Amenábar è, chiaramente, totale, a partire dallo stile fino ai labirinti psicologici. Magari questa sua nuova opera non sarà consacrata tra le migliori dirette dal regista spagnolo, ma non lascia scampo in termini di orrore, allucinazioni e isteria: nemmeno per la mente più lucida e ferma.

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Thriller noioso e convenzionale / 7 Dicembre 2015 in Regression

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Amenábar è tornato con un thriller particolarmente noioso e convenzionale: personalmente, lo ritengo una vera delusione e, al di là dei gusti personali, mi azzardo a definire la pellicola particolarmente mediocre dal punto di vista narrativo.

Il film traballa vistosamente e imputo gran parte della colpa alla mancanza di uno straccio di contestualizzazione: alcun dettaglio concorre a definire l’ambiente sociale e culturale in cui si sviluppa la vicenda.
Per esempio, potrebbe davvero trattarsi di un luogo in cui il satanismo potrebbe prendere piede? Perché sì e perché no?
Riprese a volo d’uccello su ciminiere fumanti e su svincoli stradali trafficati, stanze buie ed un clima umido nulla dicono in merito, non c’è un solo dettaglio di colore che dia corpo al contesto e molti particolari piovono sulla testa dello spettatore senza un particolare senso di continuità (es. passato “difficile” della nonna della protagonista, poliziotto baffuto amico di famiglia, la fiducia esagerata del capo della polizia nei confronti del detective che, a sua volta, sembra completamente avulso dall’ambiente in cui vive e lavora, ecc.).
Anche il concetto reiterato della “piccola cittadina” in cui tutti si conoscono è impalpabile, praticamente inutile: il senso della comunità “complice” non regge, sembra non essere stato seriamente contemplato, anche se le paranoie di alcuni personaggi vorrebbero suggerirlo.

Hanno poca sostanza anche altri elementi del plot che avrebbero potuto generare interessanti rami paralleli del racconto, arricchendolo: il rapporto conflittuale tra lo psicologo (Thewlin) e il detective (Hawke) è assolutamente risibile; con le sue mezze rivelazioni, tese ad accrescere la tensione, il personaggio della Watson (a mio parere, assolutamente fuori parte) è, letteralmente, snervante, utile ad allungare un brodo già abbastanza insipido; per quanto affidato ad un volto interessante (Dale Dickey), foriero di possibili suggestioni, il personaggio della nonna è tra quelli più irrisolti, letteralmente sprecato.
La comparsa del plot twist (atteso come pioggia nel deserto), infine, è particolarmente prevedibile, proprio in virtù della precarietà dei presupposti creati dalla prima parte del film.

Regression non arricchisce il genere e si inserisce nel solco di una certa produzione cinematografica che mi permetto di definire “d’ufficio”, ovvero così tradizionale da risultare incolore.

Ahimé, bocciato.

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