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Recensione su Addio mia concubina

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Cina, mon amour / 22 settembre 2011 in Addio mia concubina

1993 – zaino in spalla compii il mio primo (e ultimo per ora) viaggio in Cina: la Via della Seta, da Pechino al Pakistan. Ho passato mesi a cibarmi di sola “letteratura” cinese, per prepararmi, per capire meglio (forse).
1993 – “Addio mia concubina” vince Cannes e arriva dritto nelle sale. Mi piacque moltissimo, e naturalmente subito dopo lessi anche il libro. Ha un ruolo decisivo e un posto inequivocabile nel “mio quintetto” cinese, insieme a Sorgo Rosso, La storia di Qiu Ju, Il matrimonio di Tuya e Lanterne Rosse. E se non avessi più fame di nuovi film che di vecchi e tempo sempre troppo limitato, lo rivedrei (insieme a Sorgo Rosso che invece ho già rivisto almeno un paio di volte).

Un film complesso, nei contenuti e nei temi che affronta – ma, per favore, non tiriamo fuori la categoria del “cinema gay”, così riduttiva; è molto più un “cinema sull’identità” nelle molte sfaccettature che questo termine può assumere;

un film coinvolgente, affascinante, con una fotografia ricercatissima, curata nei minimi dettagli, nelle ombre, nelle luci, nei colori, le decorazioni, le inquadrature, gli spazi – le maschere dell’Opera di Pechino sono indimenticabili, e gusti o non gusti lasciano un'”impressione” indelebile: è certamente un cinema che parla per immagini. Qua e là forse ci dà in pasto qualche “stereotipo” visivo, ma, a sensazione, direi che è un vizio cinese quello di “compiacere” (di facciata) l’occidente e si tratta pur sempre di una cultura (permeata) di regime, di qualunque cosa sia travestita, o per quanta distanza ideale o chilometrica si sia messa.

Tuttavia è anche un film spietato, che compie scelte certe, e lo spettatore non ha via di scampo, non può “scegliere” a modo suo, non ha libertà, né diritto di parola sul destino dei personaggi, sullo svolgersi degli eventi. I fatti sono inesorabili, i gesti inequivocabilmente decretanti un “giusto/ “sbagliato”, “questo sì/questo no”, e i personaggi stessi sono i primi a subire questa irrevocabilità della vita nella quale si trovano gettati, nella quale piano piano “si risvegliano” catapultati da chissà quale “sonno precedente” che li ha condotti lì, in quei panni, scoprendo di avere un ruolo, pur sempre soggettivo, intanto che sono obbligati senza mezzi termini a seguire copioni già scritti, il cui limite personale di interpretazione è più fatto di “sensibilità” e sentimento che non di vere varianti da agire.

Eppure, un film pieno di delicatezza, bello, perché tematizza la bellezza, pur nelle sue forme distorte, raffinato, perfetto in sé, in fondo, come lo sono i mondi “chiusi”, e come “chiuso” è il teatro che mette in scena, che può nutrirsi solo della ripetizione di se stesso, nella certezza intoccabile tipica dei rituali, fino all’estremo, perché qualunque disco primo o poi si rompe, e non è vero che la vita – o la storia – si ripete – e comunque forse uguale, non certo identica…
… un mondo chiuso dunque, dove si può solo essere spettatori, riservando al proprio silenzioso intimo i sommovimenti emotivi e i turbinii dei sentimenti a meno di compiere gesti e esprimere reazioni che hanno conseguenze senza ritorno. Una lezione da imparare presto (qui).

P.s.
Un ultimo dettaglio: la colonna sonora: una delle rarissime volte in cui sono perfino riuscita ad amare la musica cinese, insieme a questo teatro dell’Opera di Pechino che mi è piaciuto a tal punto così, che non ho mai osato mettere alla prova questo incantamento (per paura di ricredermi, anche) assistendo a un’opera vera.

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