Tre piani / 26 Settembre 2021 in Tre piani

Accolto maluccio dalla critica internazionale presente a Cannes e come se avesse il colera da quella italiana, Tre piani è effettivamente un’opera abbastanza mediocre, probabilmente il peggior film di Moretti, ma non è quella schifezza intensamente orrenda che è stata descritta da alcuni.
Cominciamo dall’aspetto tecnico, che è quello con cui si è stati più ingenerosi: non si capisce perché quando una fotografia del genere la fa Tsai Ming-liang si parli di affascinante iperrealismo, quando la fa un francese (chessò, Alain Cavalier) si parli di eleganza senza fronzoli, quando invece la fa un italiano è subito Duccio Patanè.
Anche la recitazione è stata violentemente criticata, ma come ha ben detto Roy Menarini in un suo intervento sul film, è del tutto evidente che l’effetto straniante, quasi brechtiano, sia del tutto voluto. E allora si può criticare, e forse è anche giusto farlo, una scelta del genere, ma non le qualità recitative in sé.
Infine le critiche alle dissolvenze, viste come un elemento di vecchiume, ma in realtà forse la cosa più interessante di tutto il film (e si è pure fatta abbondantemente l’ora che il cinema contemporaneo riscopra le dissolvenze in nero, che se usate sapientemente possono essere una soluzione ammagliante).

Passando invece al cuore del film, alcune cose sono purtroppo meno difendibili, a partire dalla storia con protagonista Alba Rohrwacher, che non riesce mai a essere interessante, a trovare uno spunto o un sussulto per cui valga la pena raccontarla. Anche nel libro di Nevo da cui il film è tratto il “secondo piano” era forse il meno riuscito, ma riusciva comunque ad avere alcune parti molto intense, e soprattutto non era narrato con la fretta e la mancanza di profondità del film.
Le altre due storie hanno momenti più felici e sono più dense di significati e di possibili letture, ma entrambe danno una forte sensazione di irresolutezza, come se sul finale si volesse per forza chiudere con un tono positivo senza che però la costruzione narrativa abbia il dovuto crescendo.
Rimangono però momenti intensi, chi sostiene che sia tutto da buttare ci ha probabilmente capito poco. Rimane soprattutto le sensazione che Moretti abbia cambiato per l’ennesima volta pelle, che stia andando incontro a una nuova fase del suo cinema (la quinta? La sesta?): e chissà mai che questo non fosse che un primo tentativo e il prossimo si riveli invece qualcosa di ben più riuscito.

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