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Recensione su Ritorno a L'Avana

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5 novembre 2014

RITORNO A L’AVANA.

UN FILM NOSTALGICO E CREPUSCOLARE DIRETTO DA LAUREN CANTET.

Dopo sedici anni di auto-esilio a Madrid, Amadeo (Nestor Jiménez) torna finalmente a L’Avana, nella sua amata Cuba. Come Ulisse, Amadeo, torna alla sua Itaca. Il film inizia nell’ilarità e nella goliardia: è in un clima festoso, su una terrazza che dà sul mare, che si apre il film. Qui un gruppo di amici composto da un pittore anti-castrista, una oculista con figli a Miami, un ingegnere nero che per sopravvivere è costretto a fare batterie, un dirigente corrotto stanno svolgendo una festa privata in onore di Amadeo lo scrittore mancato. L’atmosfera è allegra e spensierata, il ritorno di un amico fedele è celebrato nel riso e nello scherzo, nel ricordo e nel rimpianto. Dal tramonto all’alba il gruppo ricorda la giovinezza, le passioni, i loro ideali. Ma le apparenze ingannano. Retour à Ithaque ha la caratteristica di accostare il riso al pianto, la beffa alla rabbia, i ricordi al rancore, i balli ai litigi. L’opera diretta da Laurent Cantet vive di sogni infranti e di passioni spezzate da un regime militare. Sin dal principio il regime di Castro cerca di tarpare le ali al gruppo di amici. A questi artisti, a questi sognatori è proibito di sentire la musica americana, è proibito di seguire un modello e uno stile di vita diverso da quello imposto dal regime. Il gruppo non vive, il gruppo sopravvive costretto a continuare la propria esistenza in un regime che soffoca ideali e talenti “diversi”.

E’ questa la ragione che portò Amadeo ad emigrare in Spagna nel ’98 ? Cosa si cela dietro la sua fuga ? In poche ore dunque emergono non solo i sentimenti di sfiducia verso il sistema politico-sociale Cubano ma anche i dissapori e le incomprensioni di un gruppo di amici. Dissapore che nel corso del tempo si è trasformato in rancore. Il film diretto da Cantet, sceneggiato dallo stesso e dallo scrittore cubano Leonardo Padura, è un film profondamente politico.

L’opera, nostalgica e crepuscolare, è fortemente critica e negativa nei confronti della società cubana. I protagonisti del film sono degli individui al crepuscolo della propria esistenza, hanno i loro anni ma non si sentono vecchi. Alcuni si sono piazzati, altri pur avendo una laurea fanno la fame; il gruppo brillava nelle arti e credeva nella dottrina del regime castrista. Quel gruppo di giovani così speranzoso verso il futuro è stato illuso da quel sistema di cui fa parte. I cinque personaggi lottano oggi quello che doveva essere il sogno di un mondo migliore. Il film è duro contro il regime, e critico sul presente, un presente fatto di uomini sfiduciati e di sogni infranti. Prendiamo Amadeo, si esilia in Spagna quando a Cuba vigeva il periodo speciale, un periodo durissimo, e raggiunta l’Europa non riesce più a scrivere. Da una parte vive meglio, ma dall’altra perde l’ispirazione. È una realtà dura e affascinante quella cubana, è un’opera affascinante quella diretta da Cantet, un’opera che si apre nella gioia e che termina nell’amarezza totale. Girato in due ambienti, un’interno usato per la scena della cena ed una terrazza per il restante delle sequenze, con un gruppo di amici come protagonisti, il film vede in prevalenza l’alternarsi di primi piano mezzi busto scelta tecnica che pesa sulla valutazione finale della pellicola.

Se la regia non è l’elemento che fa brillare il film, è senza dubbio la sceneggiatura il cavallo di battaglia de Ritorno a L’Avana. Altro asso nella manica è la caratterizzazione dei personaggi, individui puri che hanno smesso di credere, di obbedire, di combattere. Resistono, lottano in modo non violento, vivono secondo l’arte di arrangiarsi. Tirando le somme il film nei suo difetti tecnici resta un prodotto interessantissimo, dotato di una trama ricchissima e piacevole ma dai risvolti tremendamente amari. Un’opera delicata che ha come ciliegina sulla torta il tema delle illusioni e delle insoddisfazioni di una generazione.

DonMax

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