Recensione su Night and Day

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Incontri a Parigi / 29 Maggio 2012 in Night and Day

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Nell’estate del 2007, Kim Sung-nam fumava marijuana con degli studenti americani. Era la prima volta per lui. Uno degli studenti venne arrestato e fece il nome di Kim Sung-nam. Fu l’amico di Sung-nam, il signor Baek, a informarlo. Sung-nam era terrorizzato e prese il primo volo per Parigi”.
La paura di essere arrestato per aver fumato una canna spinge Sung-nam, un quarantenne pittore coreano, a scappare in direzione della Francia, più precisamente a Parigi, dove si stabilisce in una modesta pensione gestita da un suo connazionale, il signor Jang. “Dormivo al primo piano di una pensione. In ogni stanza c’erano più di dieci persone, e c’era un terribile cattivo odore”.
Sebbene si senta spaesato e smarrito (anche perché non parla una sola parola di francese), il suo impatto con la Ville Lumière è comunque positivo. “Per essere una città l’aria è molto pulita. Non c’è umidità”. Dopo aver trovato l’alloggio, la sua prima preoccupazione, da grande tabagista qual è, è quella di cercare un tabacchino aperto che gli consenta di acquistare un pacchetto di sigarette, cosa che gli riesce dopo quattro tentativi andati a vuoto.
Nonostante le difficoltà derivate dalla sua condizione di straniero, Sung-nam è pieno di buoni propositi. “Sono a Parigi. Mi darò una ripulita e comincerò una nuova vita. Ce la farò”.
Prima di partire, si è messo d’accordo con sua moglie, Sung-in, che si sarebbero telefonati ogni giorno all’una di notte. La prima telefonata tra i due è straziante.
”Sai come va la vita qui, Sung-in?”
“Mi manchi”.
“E tu manchi a me”.
“Mi manchi moltissimo. Tesoro! E’ terribile, dimmi cosa dovrei fare?”
Mentre lui continua a singhiozzare tenendosi la testa tra le mani, lei conclude la conversazione con un laconico ”non ho la forza”.
Il mattino seguente, camminando per strada, Sung-nam si imbatte in una sua ex; lei lo saluta, ma lui nemmeno la riconosce. Irritata, la donna tira dritto ma Sung-nam le corre dietro per poterle parlare.
”Scusami. Scusami un momento”.
“Cosa?”
“Sei coreana, vero? Mi conosci?”
“Stai scherzando?”
“Mi conosci?”
Lei, infuriata, ricomincia a camminare, ma lui la blocca di nuovo.
”Ehi, che cosa ho detto? Cosa c’è che non va?”
“Sei veramente patetico”.
“Cosa?”
“Non mi riconosci? Sono io. Veramente non mi riconosci?”
“No. Chi sei?”
Sempre più disgustata dall’atteggiamento di Sung-nam, la donna riprende il suo passo, ma lui nuovamente la rincorre per fermarla.
”Aspetta! Dimmi chi sei tu prima!”
“Smettila di trattarmi così. Tutta questa strada fino a Parigi!”
“Che cosa stai pensando? Fermati!”
Finalmente, lui inizia a rendersi conto di avere a che fare con una sua conoscente.
”Aspetta! Aspetta! Mi dispiace. Sei Min-sun, vero? Che coincidenza!”
“Sei veramente pazzo, lo sai? Oh, adesso ti ricordi di me. Dimentichi alla svelta. Che diavolo hai in quel cervello?”
“Scusami, ma ho dei vuoti di memoria ultimamente. E’ un problema ereditario”.
“Sei il solito”.
“Scusami. Ma veramente non ricordavo chi fossi”.
Più tardi, mentre sono comodamente seduti al tavolino di un locale, Min-sun comunica a Sung-nam di essere sposata da qualche anno con un artigiano francese.
Grazie al signor Baek, Sung-nam conosce una studentessa, Hyun-ju, aspirante professoressa, che divide il monolocale nel quale abita con una ragazza iscritta all’Accademia di Belle Arti, Yu-jeong, di cui Sung-nam si innamora follemente.
Lei, però, è un’egoista che pensa solo a se stessa. Questo, tuttavia, non sembra importare granché a Sung-nam, così come non pare che gli freghi molto il fatto di essere già sposato.
I giorni della sua vacanza forzata a Parigi trascorrono tra un fallimentare tentativo di rimettersi insieme a Min-sun, le telefonate notturne con la moglie, qualche chiacchierata con il signor Jang, una visita alla Gare D’Orsay per ammirare le opere di Jean Désiré Gustave Courbet (soprattutto “L’origine del mondo”) e le passeggiate a piedi a zonzo per le vie della città, a volte da solo, altre in compagnia di Yu-jeong e Hyun-ju, le quali non fanno altro che litigare tra loro.
Lo scopo principale di Sung-nam, però, è quello di conquistare il cuore di Yu-jeong; cosa tutt’altro che facile, dal momento che la ragazza non sembra avere nessuna intenzione di cedere alle sue avances.
Guardando il film, si ha come l’impressione che il regista Hong Sang-soo (autore anche della sceneggiatura), classe 1960, qui in trasferta in Francia, nel raccontare le traversie di un uomo che, per evitare di finire in galera, si ritrova costretto a fuggire in un Paese straniero, si sia divertito a maltrattare i suoi personaggi, presentandoceli come individui deboli e pieni di difetti.
Sono, infatti, persone senza alcun pregio i protagonisti della storia che ci narra il cineasta coreano: a cominciare dal personaggio principale, Sung-nam, un uomo di mezza età senza qualità fallito sia umanamente che professionalmente.
Egli è ridicolo quando prova a riallacciare una relazione con la sua ex fidanzata, Min-sun, e patetico quando tenta in ogni modo di portarsi a letto la ragazza di cui si è invaghito, Yu-jeong.
Sung-nam è un inetto, un debosciato nonché un erotomane: è un personaggio repellente, mediante il quale l’autore rende palese allo spettatore tutto il suo pessimismo a proposito della natura umana.
Se il regista è spietato con il protagonista, non si può dire che sia tenero con i personaggi (perlopiù femminili) che gli gravitano attorno: da Min-sun, che fa finta di essere felicemente sposata, a Hyun-ju, rosa dall’invidia e dal rancore nei confronti della sua coinquilina, Yu-jeong, la quale non è altro che un’insensibile materialista, per finire con Sung-in, la moglie di Sung-nam, disposta anche ad ingannare il marito pur di convincerlo a ritornare da lei.
Dunque ne viene fuori un ritratto alquanto sconfortante della società contemporanea, popolata da persone spente, mediocri, arroganti e alla deriva.
Per quanto riguarda lo stile, “Night and Day” ricorda non poco le opere di Erich Rohmer (e infatti la pellicola è un evidente omaggio al maestro francese), quindi siete avvertiti: si tratta di un film dal ritmo lento, dalla durata non indifferente (144 minuti), basato essenzialmente sui dialoghi, girato con uno stile rigoroso e spoglio fatto di lunghe inquadrature fisse occasionalmente interrotte da lenti movimenti di macchina (tanto lenti da essere quasi impercettibili).
Perciò si consiglia la visione di “Night and Day” solo dopo essersi armati di pazienza.
La regia asciutta e contemplativa è ben assecondata dal montaggio di Hahm Sung-won, mentre la splendida fotografia di Kim Hoonk-wang, abile ad evitare l’effetto cartolina, restituisce una Parigi dai colori eleganti e ricercati; l’ottimo contributo offerto dal comparto tecnico è completato dalla bella colonna sonora di Jeong Yong-jin, autore di una partitura colta e raffinata che accompagna con discrezione le affascinanti immagini del film.

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