Mammina cara / 21 Novembre 2021 in Sir Gawain e il Cavaliere Verde

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Devo essere sincera, da subito: questo film di David Lowery non l’ho proprio capito. O, meglio, credo di averne capito lo sfondo, ma di non aver compreso appieno le scelte dell’autore.
Posto che sia un lavoro altamente simbolista, ho fatto fatica a trovare un bandolo solido, in questa rielaborazione di una delle storie più famose legate al ciclo arturiano.
Bella la fotografia, buonissimo il sonoro e affascinante la colonna sonora musicale, interessanti (ma non del tutto convincenti, per me) costumi e scenografie e sfido a rimanere indifferenti ad alcuni (pur leziosi) movimenti di macchina.
Ma la storia non sembra esserci e, quando c’è, mi è sembrata complicata, forse in maniera eccessiva.

In una intervista a Lowery, ho letto che il regista ha costruito la storia del film, basandosi sul rapporto tra lui e sua madre. Questa relazione odi et amo di impronta filiale, quindi, guida la descrizione del rapporto famigliare tra Gawain e la madre (Morgana, ma uno lo sa solo se ha un’infarinatura delle storie di Artù, perché i nomi propri, in questo film, sono praticamente un optional, dato che pure i nomi di Artù, Ginevra e Merlino non vengono mai esplicitati, benché i rispettivi personaggi siano in scena e abbiano parte attiva nel racconto).
Interpretato in questa chiave, il film sembra basarsi su un forte risentimento di Lowery nei confronti della mamma (in sostanza, la appaia a una strega manipolatrice: io arrivo a una univoca conclusione, non so voi). Sempre in quest’ottica, la scena in cui uno dei camuffamenti di Morgana (come la volpe parlante), la dama (Alicia Vikander, qui, nel doppio ruolo di prostituta e signora), seduce definitivamente Gawain, per poi umiliarlo, è davvero disturbante.

Ciò che ho apprezzato davvero, invece, a fronte della insistita ricerca del simbolo che mi è parsa davvero troppo fine a se stessa, finendo per indebolire perfino la potenza visiva del film (che, a tratti, azzardo, mi ha ricordato quel pochissimo che conosco di Jodorowsky e Tarsem Singh), è “l’uso del tempo”, un elemento che ho amato anche in un altro film “metafisico” di Lowery, A Ghost Story (2017).
In particolare, mi riferisco alle scene E se…?, in cui vengono mostrate le vite alternative di Gawain, regolate dalle sue scelte.
Nella prima, in particolare, quella della foresta, la forma del tempo trova (per me) felicissima rappresentazione in un semplice ma esaustivo movimento di macchina: di fronte a quella soluzione visiva capace di coniugare tecnica, estetica e narrazione, ho avuto ben chiaro cosa- evidentemente- mi aspettavo davvero da questo film.

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