Recensione su When They See Us

/ 20197.515 voti
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Storia di un’ingiustizia nel nome della giustizia / 26 Giugno 2019 in When They See Us

La miniserie originale Netflix When They See Us diretta e co-sceneggiata da Ava Du Vernay (Selma, 2014), co-produttrice insieme a Robert De Niro, ricostruisce la vicenda giudiziaria e umana dei 5 ragazzi di Harlem (da quel momento conosciuti come i Central Park Five) coinvolti in un fatto di cronaca, noto come “il caso della jogger di Central Park”, avvenuto a New York nel 1989. Nonostante, fin dall’inizio, fosse evidente l’estraneità degli accusati al crimine imputatogli, il gruppo di minorenni newyorkesi è stato vittima di un incredibile abuso giudiziario e umano perpetrato nel nome della giustizia.

Ciascuno dei 4 episodi della breve ma intensa miniserie Netflix (l’ultima puntata è praticamente un film di 88 minuti) verte intorno a un “tema”. Il primo episodio racconta l’arresto degli indiziati, il secondo segue l’esperienza in carcere e il ritorno alla “normalità” di due di loro, la terza idem. La quarta, infine, mette in scena il dramma del diciassettenne Korey Wise, se possibile la parentesi più surreale dell’intera storia, ma anche la più emblematica.
Tutta la vicenda è davvero scioccante e dimostra come il pregiudizio sociale sia in grado di condannare un individuo, avvalendosi degli strumenti forniti dalla legge. Credo che il significato del titolo “When They See Us”, letteralmente “quando ci vedono”, si riferisca proprio al divario esistente tra chi ha un pregiudizio e chi lo subisce. Gran parte dell’opinione pubblica ha visto nei 5 di Central Park non dei ragazzini, ma degli afroamericani, degli ispanici, dei musulmani. E, quindi, per intollerante antonomasia, persone portate ad atti immorali e alla violenza.
In questo senso, seppure con oceaniche differenze, la miniserie firmata dalla Du Vernay mi ha ricordato un’altra produzione Netflix, lo straziante Sulla mia pelle (2018) di Alessio Cremonini, dedicato alla storia della morte in stato di detenzione di Stefano Cucchi, e, volendo guardare ancora più indietro, Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo.

Tecnicamente, When They See Us è un prodotto eccellente: direzione, fotografia, montaggio, musiche e interpretazioni sono di altissimo livello. Il mix di qualità formale e cronaca è esplosivo e sviluppa empatia nel pubblico fin dai primi minuti, suscitando incredulità, commozione e rabbia impotente.
Però, secondo me, ha un grosso problema: l’uso della retorica. Se il citato film di Cremonini riesce ad asciugare la storia di Cucchi di ogni sovrastruttura, evitando la mistificazione del soggetto vittima del sopruso fisico e giuridico, superato l’episodio introduttivo, davvero in-credibile, la Du Vernay tende quasi per costituzione a una pietas a tratti vagamente stucchevole.

La (ultracorretta) tesi di fondo è che, a fronte di conquiste sociali fondamentali, il pregiudizio razziale è un elemento intrinseco del patrimonio culturale degli Stati Uniti (Donald Trump che invoca la pena di morte contro gli imputati dagli schermi tv del 1989 in versione imprenditore-non-ancora-politico ne è la prova provata). D’altro canto, dal punto di vista narrativo, questo assunto è un’arma a doppio taglio, perché la rappresentazione di un atteggiamento quasi ascetico dei protagonisti e delle loro famiglie ha un sapore troppo retorico per non stonare in un racconto che vuole proporsi come sufficientemente realistico (la ricostruzione d’ambiente è strepitosa).

Il merito maggiore che riconosco a When They See Us è quello di aver riportato all’attenzione generale, anche extra-statunitense (io, per esempio, non conoscevo questa storia), una vicenda di discriminazione e violenza fisica e psicologica spaventosa, altrimenti difficile da immaginare. Però, alla luce delle considerazioni precedenti, mi domando perché, dopotutto, sia stato necessario fare ricorso alla fiction e non al documentario tout court (nota: su questa storia, nel 2012, è già stato realizzato un documentario, The Central Park Five di David McMahon e Ken e Sarah Burns).
Provo a darmi una risposta, pensando allo scopo per cui è stato prodotta la miniserie When They See Us.

Lo scopo, qui, è diverso da quello di una serie tv come American Crime Story di Ryan Murphy, che, pur mettendo in scena vicende che hanno avuto una risonanza mediatica notevole, parlano di fatti di cronaca parzialmente irrisolti, e, in più, particolarmente glamour (O.J.Simpson, Versace…). Nella serie Netflix, non c’è niente di glamourous, anzi, ma non c’è neanche quel senso di astrazione e di raggio di manovra maggiore legato al fatto che non tutti i dettagli della storia sono stati svelati e che rende un prodotto televisivo puro la serie FX.

Del caso della jogger e dei ragazzi di Harlem, in teoria, si sa ogni cosa, perciò la Du Vernay ha scelto di insistere (correttamente) sul disastro umano della storia, per ricordare a tutti che, in una società che si definisce civile, il pregiudizio uccide (se non il fisico, l’anima) e può colpire chiunque, per motivi disparati.
Il risultato, quindi degno di encomio ai fini della sensibilizzazione sul tema della discriminazione su base sociale, è notevole ma quasi scontato. Perché chi ha chiaro l’errore del sistema, non potrà che indignarsi ancora una volta. Temo che chi persevera in esso (vedi, lo stesso Trump che, nonostante tutto, non ha smesso di invocare la pena capitale) non alzerà le mani facilmente, insinuando che, dopotutto, si tratta solo di una serie tv.

Nota: a corollario del progetto seriale, Netflix ha prodotto anche l’intervista Oprah Winfrey Presents: When They See Us Now, in cui la celebre presentatrice tv, co-produttrice della miniserie, dialoga con i Central Park Five.

2 commenti

  1. Federico66 / 27 Giugno 2019

    Non ho terminato la visione, ma complimenti per la recensione.

  2. Stefania / 1 Luglio 2019

    @federico66: aspetto la tua! 😉

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