Recensione su Watchmen

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Cinico, potente, divertente / 2 Gennaio 2020 in Watchmen

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Divorando la serie tv Watchmen, ho amato subito e tanto la folle lucidità di questo nuovo lavoro di Lindelof. Ho trovato incredibilmente originale e divertente lo stravolgimento e la riscrittura del mito narrativo creato da Alan Moore e Dave Gibbons. Damon Lindelof ha affrontato la materia immensa del graphic novel del 1986-1987 per creare un sequel… anzi, no, semplicemente un racconto compiuto, potente, colmo di sollecitazioni visive e filosofiche.

Tra i pregi maggiori di Watchmen, che avevo già apprezzato in un altro telefilm di Lindelof, The Leftovers, i personaggi sono puri archetipi (intesi come primi e autonomi esemplari di una “specie”) e -deo gratia- prescindono in maniera assoluta dalla propria connotazione sessuale, agendo nel racconto indipendentemente dal genere biologico di appartenenza. Ogni personaggio di Watchmen ha peculiarità assolute legate alla propria storia personale: non ci sono azioni e pensieri femminili o maschili. Ciò che i personaggi fanno è legato al loro vissuto, non alla loro apparenza fisica. Angela Abar/Sister Night (Regina King) è un solidissimo esempio di questo taglio asessuale scelto per la caratterizzazione dei personaggi. Non compie atti legati per convenzione alla sfera femminile e, contemporaneamente, non è neppure accostabile a un maschio “puro”. Angela (visto il finale, potremmo parlare di nomen omen?) è “solo” un soggetto cosciente, che agisce e reagisce in funzione di ciò che le accade intorno.
Mi sono divertita molto con Jeremy Irons: le situazioni tragicomiche dai risvolti etici che coinvolgono il suo personaggio sono uno degli elementi narrativi che ho prediletto.
Mi è piaciuta anche la scansione implicita della serie in capitoli, per cui ogni episodio, fino all’ottavo, direi, scandaglia la biografia dei vari protagonisti, illustrando come e perché sono arrivati a questo punto della storia (personale e collettiva).
Spero vivamente che Lindelof non smentisca quanto dichiarato finora e che la serie tv Watchmen si fermi qui, tanto è ben sviluppata e matura.
Ottimo anche il lavoro di Trent Reznor e Atticus Ross alle musiche, in cui mi pare di aver colto opportuni echi di certe colonne sonore degli anni Ottanta.

Prima di vedere Watchmen, non conoscevo affatto l’esistenza del Massacro di Tulsa raccontato nella serie tv e, informandomi un po’ in Rete, ho scoperto che, anche negli Stati Uniti, la drammatica vicenda è rimasta sconosciuta a molti per lungo tempo, anche perché chi era sopravvissuto all’eccidio pare abbia preferito non parlarne mai. Insomma, il fatto di aver portato all’attenzione internazionale un evento del genere, se possibile, reitera la ovvia ma non scontata constatazione che la cosiddetta società civile (non solo quella americana, ma fa specie che gli Stati Uniti, nonostante tutto e nonostante quel che accade oggi, proclami ancora di essere la culla della libertà) non è altro che l’esito di indicibili violenze: Watchmen è un racconto cinico, che, nonostante il finale, non dà molte speranze alla sopravvivenza del genere umano.

2 commenti

  1. Insomnium / 3 Gennaio 2020

    Mi son fidato e l’ho guardato…ho mollato dopo 3 puntate.
    Prima puntata interessante, le successive due, troppo intricate e “pesanti”.
    Sicuramente mancava qualcosa a me, come detto l’ho visto alla cieca senza minimamente conoscere nulla di questo universo.

    • Stefania / 3 Gennaio 2020

      @inflames: “l’ho visto alla cieca senza minimamente conoscere nulla di questo universo”: ti assicuro che conoscere il fumetto non serve (quasi) a nulla 😉 Questo Watchmen ha poco a che spartire con il fumetto di Moore e Gibbons, a meno che non si sia grandi fan e si abbia voglia di trovare le connessioni fra le due opere (non parlo solo dei collegamenti narrativi che, ovviamente, ci sono). Il grosso pregio di questa serie tv, secondo me, è proprio il fatto di essere stata capace di rendersi indipendente dal fumetto e di averlo usato come una specie di “pretesto” intellettuale.
      Poi, che la storia non ti abbia preso ci sta-issimo, ci mancherebbe 🙂

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