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Unorthodox

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Fuga per la libertà in salsa soap / 26 Aprile 2020 in Unorthodox

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La fuga di Esty dall’oppressiva comunità ebrea ultraortodossa di Williamsburg è una storia vera. E come ogni fuga per la libertà genera subito quell’empatia che tira dentro chiunque. Ed infatti i primi due episodi (su quattro totali) giocano bene sull’equilibrio tra compassione e curiosità. Poi però chissà, forse per la deriva generalista di Netflix o perché magari il libro da cui è tratta era proprio così, tra le tante opportunità che gli si prospettano Unorthodox prende la strada del sentimentalismo da soap opera. Così il gruppo di amici appena conosciuti da Esty si rivela composto da tutti bravissimi e buonissimi ragazzi, anche chi sbatte in faccia ad Esty la sua mediocrità artistica lo fa così palesemente a fin di bene che non va sul ca**o neanche a lei. Per non parlare della loveline con un ragazzo che non esita nemmeno un istante nonostante Esty sia tutt’altro che conturbante e anche dopo non perde mai quell’aria sinceramente onesta da principe azzurro. Per non parlare del twist della madre che non l’aveva abbandonata ma anzi ha lottato con tutte le sue forze per portarla con sé. E già che abbiamo preso la piega da Libro Cuore, ci mettiamo anche una mezza redenzione del marito che mosso dal canto angelico della moglie intravede qualcosa di più oltre alla riproduzione. L’unico personaggio negativo, Moshe, è purtroppo tagliato con l’accetta quando invece avrebbe delle potenzialità altissime di conflitto visto che per lui riportare a casa Esty è occasione di redenzione verso quella comunità di cui in realtà è avulso tanto quanto lei. Serie secondo me sopravvalutata, viste le tematiche e l’impatto simbolico di alcune scene (bagno nel fiume come battesimo per una nuova nascita) ho l’impressione che avrebbe funzionato meglio come film.

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I guai degli intergralismi / 16 Aprile 2020 in Unorthodox

E’ la storia di una giovane donna cresciuta a Williamsburg, Brooklyn, quartiere delimitato da un filo. l’eruv, lungo 28 chilometri, e popolato da ebrei integralisti chassidici, la cui vita é incatenata da questo filo.
E’ la storia di una redenzione o, forse di una seconda nascita: il bagno di Esther Schwarz che si toglie la parrucca usata per coprire i capelli rasati dopo il matrimonio in segno di sottomissione al marito, non voluto e non scelto, e si immerge vestita nel Wannsee, é come un battesimo, piuttosto che una purificazione rituale nel Mikvah dopo il ciclo mestruale.
E’ la Rinascita di Esty laddove si originò il nazismo.
E’ l’inizio della sua liberazione dal giogo dell’integralismo religioso dove é cresciuta, un mondo in cui la donna non ha possibilità di scelte per il suo futuro ed é buona solo se in grado di procreare: per rimpiazzare le sei milioni di vite spente dalla Shoah.

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