Recensione su Unbelievable

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Lo stigma del pregiudizio / 23 Settembre 2019 in Unbelievable

Unbelievable è una miniserie originale Netflix ispirata a fatti di cronaca realmente avvenuti tra il 2008 e il 2011 e raccontati in un articolo premio Pulitzer, An Unbelievable Story of Rape di T. Christian Miller e Ken Armstrong, pubblicato nel 2015.
La miniserie, come l’articolo, segue due linee temporali e si svolge in due luoghi diversi: Lynnwood (Washington) nel 2008 e Colorado nel 2011.
Da una parte c’è Marie Adler (Kaitlyn Dever), un’adolescente con un terribile passato alle spalle e un presente altrettanto drammatico da affrontare.
Dall’altra, ci sono due detective, Grace Rasmussen (Toni Collette) e Karen Duvall (Merritt Wever), impegnate a dare un’identità a uno stupratore seriale.
In mezzo, c’è una terribile e lunga sequenza di violazioni, fisiche e psicologiche, che la dicono lunga su quanto sia difficile essere donne libere di essere tali, in una società che, pure, si dichiara aperta e progressista.

Lo stigma più grande di una donna è quello della credibilità. Anzi, della mancanza di credibilità. La mentalità diffusa, infatti, sembra giustificare quanto segue:
– le femmine mentono per natura;
– diffidare sempre di ciò che dice una femmina;
– se anche c’è un fondo di verità in quello che dice una donna, stai pur certo che è ricoperto di bugie, mistificazioni, esagerazioni.
A un certo punto del racconto, viene sollevata la domanda (retorica) chiave: se qualcuno denuncia una rapina o un furto, gli si dà subito credito. Se una donna denuncia uno stupro, no. Perché?

“Unbelievable”, cioè “incredibile”, si riferisce ad almeno tre cose: 1) lo stupore dello spettatore nei confronti della situazione assurda in cui si ritrova suo malgrado Marie; 2) l’incredulità e, quindi, la mancanza di empatia dimostrata nei suoi confronti da chi la circonda; 3) il grado di meticolosità con cui può arrivare ad agire criminosamente una persona.

Sul personaggio di Marie (bravissima la Dever), si abbattono tutte le contraddizioni possibili, le più impensabili. Mi sono stupita continuamente della sua resistenza. Questa ragazzina violata in molti modi è come un animale malato che il branco esclude sistematicamente. Secondo me, è il personaggio più bello e complesso della storia, ma fa tanto male al cuore.
Per alcuni versi, mi ha ricordato la Grace di Alias Grace della Atwood. Il che non è rincuorante, dato che tra un fatto (reale) e l’altro sono intercorsi circa 200 anni.

La miniserie Netflix co-prodotta e co-diretta da Lisa Cholodenko ha una duplice natura: da un lato, è una fiction appassionante con bei personaggi femminili; dall’altro, come l’articolo di cronaca a cui si ispira, è uno strumento di denuncia sociale.
Nel complesso, ottiene buoni risultati su entrambi i fronti, nonostante qualche difetto narrativo (gli ultimi due episodi, per esempio, sono troppo dilatati e i rapporti fra le detective e i rispettivi mariti sono poco approfonditi e sicuramente troppo edulcorati).
Un pregio che riconosco appieno a Unbelievable è il costante tentativo (difficilissimo) di svicolarsi dai cliché, soprattutto nella caratterizzazione delle due detective. Il rischio di delineare due “normali super eroine” è sempre dietro l’angolo e, ogni tanto, la serie ci puccia allegramente le dita. Ma la Collette e, forse ancor di più, la Wever riescono a mantenere i piedi per terra e a delineare due figure di donne coraggiose ma non infallibili, sicuramente tenaci e rigorose, quando hanno chiaro un obiettivo importante come quello di restituire dignità a una vittima.

Il ritratto della comunità che emerge da Unbelievable è quello di un luogo in cui nessuna donna è al sicuro, in quanto geneticamente donna. Non lo è prima di subire un qualsiasi tipo di abuso, né dopo. Purtroppo, sembra ci sia ancora tanta strada da fare, perché le femmine siano univocamente considerate persone, a prescindere dagli attributi sessuali di cui sono dotate.

Ragionare su Unbelievable mi ha fatto venire in mente che, proprio in questi giorni, per tornare nei confini nazionali, il giornalista Rai Bruno Vespa è oggetto di un’indagine disciplinare nata in seguito a una discutibile intervista televisiva fatta recentemente alla signora Lucia Panigalli, vittima di violenza domestica. L’intervista di Vespa alla Panigalli ha molto in comune con quelle fatte in prima battuta dagli agenti alla Marie della miniserie Netflix. Mettere in discussione la percezione di un trauma fisico e psicologico, sminuendone la portata, portando perfino a dubitare la vittima stessa dell’entità (se non dell’esistenza!) dell’abuso subito, è un retaggio arcaico, di pura sopraffazione. In una parola, pregiudizievole. Ergo, schifoso.

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