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Recensione su Tredici

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Gutta cavat lapidem / 23 aprile 2017 in Tredici

Tredici (13 Reasons Why) mi ha dilaniata.
Se, da un lato, non vedevo l’ora di terminarne la visione perché stufa di una insistita prolissità, dall’altro, vittima di un cortocircuito tra i piani del racconto e la realtà al di fuori dello schermo, mi spiaceva pensare di dover abbandonare alcuni dei suoi personaggi, Hannah Baker in primis.
Ultimamente (penso ad alcuni programmi del servizio pubblico, come Mai più bullismo), i medium della comunicazione si stanno occupando con sempre maggiore attenzione del problema del bullismo e delle sue conseguenze sugli individui che ne sono vittima.
Paradossalmente, però, ho l’impressione (probabilmente la mia è una percezione errata, intendiamoci) che le formule televisive basate sulla forma “reality”, per quanto indispensabili e meritevoli, non abbiano avuto, finora, la stessa risonanza di specifici prodotti documentari o di fiction. In questo caso, rifletto sugli effetti positivi, perlomeno in termini di discussione, di film come Bowling a Columbine di Moore ed Elephant di Van Sant (da cui Tredici, forse non a caso, riprende la formula à la Rashomon, con l’adozione dei molteplici punti di vista).
Non so se verranno ascoltati gli appelli di chi chiede che questa serie tv venga mostrata nelle scuole e diventi uno strumento didattico contro il bullismo: certo è che un prodotto seriale di questo tipo propone con sufficiente lucidità e varietà di prospettive ciò che, altrove (es. servizi giornalistici), viene perlopiù suggerito per motivi di format o di tempo. In questo senso, le lungaggini di Tredici potrebbero trovare una giustificazione: la reiterazione di precisi concetti potrebbe essere stata pensata per evitare di sorvolare con ulteriore noncuranza sulla questione.

A fronte di alcuni difetti in fase di script, in conclusione, Tredici propone più che esaurientemente le numerose possibilità attraverso cui si può portare un individuo all’esasperazione e a scelte fatali. Gutta cavat lapidem.
La protagonista, Hannah, è un’adolescente bella e intelligente che soccombe allo sconforto più nero, fomentato da comportamenti deprecabili e da “disattenzioni” di varia natura.
A un certo punto, a fronte della spaventosa e dolorosa lucidità con cui mette in atto il suo piano, ciò che le accade sembra evitabile, ma, come dimostra la sequenza di audiocassette da lei creata, molte delle persone che l’hanno ferita o non l’hanno aiutata non immaginavano (o preferivano non immaginare) di averla ignorata o ferita irrimediabilmente.
In maniera molto intelligente, Tredici insiste su questo aspetto della questione: agendo e parlando, bisogna essere in grado di prendersi cura degli altri, ponderando la potenza delle proprie esternazioni, perché azioni e parole hanno inevitabilmente degli effetti sulle persone a cui sono dirette e possono segnarle in maniera indelebile.
Come Clay, il ragazzo innamorato di Hannah che vuole scoperchiare il vaso di Pandora all’interno del quale sono nascosti i motivi del suicidio della ragazza (ma che, a un certo punto, accanendosi su Tyler, il fotografo, usa mezzi violenti e discriminatori per punirlo), tutti siamo potenzialmente bulli, a prescindere dall’età, dall’estrazione sociale e dallo “stile di vita” consueto.
Tredici si propone come un monito e sarebbe bene ascoltarlo, per applicarlo in qualsiasi contesto.

2 commenti

  1. Federico66 / 26 aprile 2017

    @Stefania: sono d’accordo, probabilmente i programmi televisivi funzionano poco perchè non parlano la stessa lingua dei diretti interessati. Oggi in televisione sono tutti esperti, di solito dopo poco ci si stufa ad ascoltarli. Al contrario film come Tredici sono diretti, sono gli stessi ragazzi che si interrogano, si raccontano e spesso si danno delle risposte. La formula utilizzata (vari punti di vista) fa si che ognuno possa ritrovare il proprio punto di vista relativamente all’accaduto e confrontarlo con quello di un altro. Forse se venisse trasmesso in prima serata, otterrebbe sicuramente più risonanza di un qualunque talk show, se non altro perchè verrebbe visto come fiction, cioè argomento su cui discutere a scuola il giorno dopo.

    • Stefania / 26 aprile 2017

      @federico66: già! Trovo sempre curioso, comunque, che le docu-ricostruzioni o le fiction, appunto, riescano spesso ad avere maggiore presa della cronaca: come dici tu, forse si tratta di un problema di “linguaggio”.

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