Recensione su Too Old to Die Young

/ 20197.710 voti

Una specie di Michael Jordan dei figli di puttana – cit / 10 Marzo 2020 in Too Old to Die Young

Voto: 8 stelline e mezzo
La prima serie TV firmata Nicolas Winding Refn è un concentrato delle sue ultime tre opere. Ci sono i picchi di violenza estrema di Drive, c’è l’horror, il richiamo alla bellezza e alla sensualità di The Neon Demon e ci sono il simbolismo, la vendetta e i rapporti malati di Solo Dio Perdona(anzi forse è proprio a quest’ultimo titolo che più si avvicina).

Un’opera profondamente onirica e visionaria, nichilista ma allo stesso tempo spirituale. La macchina da presa praticamente(quasi sempre) statica acuisce il senso di intrappolamento terreno e non dei nostri protagonisti. Il sodalizio con cliff Martinez si conferma vincente, la musica è protagonista tanto quanto il soggetto della storia e gli attori, contribuendo ad alimentare la sensazione di malessere nello spettatore.
I tempi sono dilatati all’ennesima potenza, di conseguenza, il ritmo , è molto lento. Refn ci da le informazioni con il contagocce e ce ne vogliono di episodi prima di riuscire a far quadrare il cerchio. La fotografia di Darius Khondji(Uncut Gems,Irrational Man, Okja) che gioca con le tonalità di rosso e di blu e poi passa per l’ipersaturazione, con le immagini che brillano, per arrivare alla desaturazione quasi totale, è uno spettacolo per gli occhi che non può essere spiegato, va visto e basta.
La sceneggiatura è presente ma ma abbastanza tirata, si alternano dei momenti volutamente lacunosi a dialoghi esistenziali che manderebbero in brodo di giuggiole Rust Cohle(immagginate che bel trio con Viggo e Martin, uno spasso alle feste).

I personaggi di Martin(Miles Teller), Viggo(John Hawkes) e Yaritza(Cristina Rodlo) sembrano figli della scuola di pensiero di Chang, l’angelo della morte di Solo Dio Perdona. Il personaggio di Jesus,invece, prende piede molto cautamente. Inizialmente sembra solo un ragazzo arrabbiato ma con molta calma si evolverà e si rivelerà essere il male, nella sua forma più pura. Un anticristo portatore di tormento e orrore.
Molto importante anche il personaggio si Diana(Jena Malone), una veggente che accompagna le persone durante l’elaborazione del lutto.
In questo universo non esiste giusto o sbagliato ma semplicemente due forze uguali e opposte che combatteranno per sempre fino al giorno del Ragnarok. Perché quello che conta è l’indole naturale e la preservazione della specie.

Assurdo il dialogo che avviene nei primi 3/4 minuti del quinto episodio(Il Matto). Con una totale assenza di musica, una fotografia pulita, senza nessun gioco di luci, un semplice campo e controcampo e un’espressività attoriale più esplicativa delle parole pronunciate, Refn, riesce a incutere angoscia e(a me personalmente) far venire la pelle d’oca. Vorrei precisare che ho visto due episodi doppiati e, per quanto di buon livello, ho preferito continuare la visione in lingua originale, non c’è storia. In opere di questo livello e di questo tipo soprattutto, dove l’attore è attore davvero, fino alle budella, il doppiaggio crea solo danni. Non avrei mai preso in considerazione Miles Teller per un ruolo del genere, invece ho dovuto ricredermi. Ciò conferma la mia teoria che più del 90% degli attori sono solo dei fantocci che senza un buon regista finirebbero a fare Squadra Speciale Cobra 11 (a parte gente tipo Daniel Day-Lewis). Refn riuscirebbe a far recitare bene anche Luisa Ranieri… No vabbè non scherziamo, Luisa Ranieri no, ma un manico di scopa si.

Molto interessante la caricatura/critica della parte conservatrice americana. Grottesca la scena in cui i poliziotti inneggiano al fascismo ma con il pugno alzato. Ho avuto l’impressione che Refn ritenga i poliziotti degli imbecilli totali(magari mi sbaglio), il ritratto che fa di loro è spassoso.
Ah si un’altra cosa, farei vedere alle fan dei vari 50 Sfumature di Vergogna
l’episodio 8(L’Appeso) per fargli capire che cos’è l’erotismo, cos’è una parafilia e come si costruisce la tensione erotica(piccolo sfogo personale).

Proprio come disse Marty Hart a Rustin Cohle:” Ogni volta penso che tu abbia raggiunto il massimo, invece continui a superarti. Sei una specie di Michael Jordan dei figli di puttana.” Allo stesso modo, col passare degli episodi, si pensa di non poter vedere di peggio ma Refn alza costantemente l’asticella.
TOTDY è un’opera tecnicamente ineccepibile ma che ha in se l’unico difetto di non poter essere presentata al grande pubblico perché ritenuta,sicuramente, incredibilmente noiosa.

4 commenti

  1. Stefania / 11 Marzo 2020

    Devo trovare il tempo di dedicarmici. Sono inchiodata (a malincuore) al primo episodio e una recensione così non può che farmi andare ulteriormente in brodo di giuggiole.

    • rust cohle / 11 Marzo 2020

      @Stefania Devi abbattere la barriera del secondo episodio, il più lento in assoluto. E poi non più di due episodi al giorno altrimenti vai in crisi esistenziale, uno il pomeriggio e uno la sera, sempre alla stessa ora come l’antibiotico. Va metabolizzata. Cioè sta serie è totale. Ancora adesso mi da da pensare.

      • Stefania / 11 Marzo 2020

        Non è che ho una barriera mentale che mi ferma: è che mi manca il tempo 😀 Gli episodi sono lunghi, il mio compagno di divano non vuole vedere la serie e io non riesco a ritagliarmi un’ora abbondante per concentrarmi solo sul telefilm, da sola (non mi va di vedere gli episodi a pezzetti!).

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