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Recensione su The OA

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Quell’oscuro oggetto televisivo / 8 gennaio 2017 in The OA

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Che strano oggetto televisivo, questo The OA.
Quanto c’è di calcolato e quanto di inconsapevole nella sua irresolutezza?
Nel suo misterioso e spesso incongruo dipanarsi, la serie tv originale distribuita a sorpresa da Netflix sul finire del 2016 si propone come un progetto intellettualmente ambizioso che semina suggestioni e rimandi desunti da un certo immaginario cinematografico e televisivo ben consolidatosi soprattutto negli ultimi tempi grazie a titoli come Black Mirror, ai trucchi narrativi di Nolan, alla coralità empatica di Sense8, ai macguffin hitchcockiani, alle gelide soluzioni visive di Fincher, al revival fantascientifico adolescenziale di stampo anni ’80 di produzioni come Stranger Things, altro prodotto seriale al quale, ancor prima del suo esordio ufficiale, The OA è stato accostato (a mio opinabile parere, in maniera gratuita e infondata, a dispetto di alcuni labili dettagli che vorrebbero collegare le due fiction) .

Al di là delle sue possibili connessioni con altri titoli e tendenze, la fiction scritta e diretta da Zal Batmanglij e Brit Marling (anche attrice protagonista) si distingue (sta al pubblico decidere se positivamente o meno) per la sua capacità di rendersi poco definibile e praticamente in-credibile.
Alla luce delle sue risoluzioni finali, infatti, la serie The OA non può essere inscritta in alcun genere preciso, né sembra percorrere un solco definito chiaramente: non si tratta di un racconto di fantascienza pura, non è un fantasy, è involontariamente comica, sa essere dolorosamente drammatica, sfiora pericolosamente i prodotti young adult, è capace di incuriosire spettatori appartenenti a diversi target (per età, formazione culturale, ecc.).
Da una parte, può essere assimilata all’ingenuo parto mentale di una persona con molta fantasia e pochi riferimenti precisi (con tutte le ingenuità connesse al caso). Dall’altra, pare un progetto appositamente studiato per rimanere sospeso in un limbo di matematica indeterminatezza architettato per affascinare e/o infastidire il pubblico.

A fronte di incongruenze narrative che, alternativamente, sembrano sostenere l’una o l’altra teoria, l’amalgama finale è in bilico tra un’opera riuscita e il tonfo sonoro.
Personalmente, dell’intero progetto ho apprezzato pressoché esclusivamente due cose: la sospensione dell’incredulità applicata a quella che sembra essere la messinscena della genesi di un mito classico o di una religione, con tanto di cerimonie, adepti, riti, formule e quant’altro richieda la situazione, e il senso del dubbio instillato via via nello spettatore. A cosa si assiste, guardando The OA? Qual è il confine tra verità e menzogna, se esiste tale limes?
A conti fatti, credo che Prairie/OA (PA, nella versione italiana) abbia inventato ogni singola cosa relativa alla sua prigionia. Vittima di traumi profondi e laceranti, di una prigionia violenta lunga sette anni, la ragazza ha sublimato la sua esperienza, occultandola a sé stessa, ai suoi uditori e al pubblico televisivo, imbastendo un vero e proprio viaggio dell’eroe, a uso e consumo della propria residua integrità mentale (un po’ come accade al personaggio di Robin Williams ne La leggenda del re pescatore di Terry Gilliam, per fare un altro riferimento cinematografico) e del pubblico.

In questo senso, The OA ha tutti i “pregi” di un racconto ondivagante: la narrazione che la caratterizza è ambigua, prolissa, piena di “buchi”, capace di far assurgere a figure mitiche personaggi decisamente mal abbozzati, esattamente come accade quando si tenta di raccontare o di ascoltare il resoconto di un sogno o si legge una pubblicazione letteraria da due soldi.
In tale senso, l’obiettivo della serie tv (se questo era) è stato ampiamente raggiunto.
Dopotutto, anche Omero, che definire “narratore da due soldi” sarebbe quantomeno ingiusto ed esecrabile, non era un narratore cieco che, come Prairie, raccontava di accolite di eroi e déi? E non è a lui, tra gli altri, che Prairie si “ispira”?
Se inteso come ho voluto fare io, The OA è l’ennesima (ma a suo modo interessante) rappresentazione di quel che pure Shakespeare ha cantato: “Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni. E nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita” (La tempesta).

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