Recensione su Sons of Anarchy

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Sons Of Anarchy, ovvero quando Shakespeare fondò un club di motociclisti / 9 maggio 2015 in Sons of Anarchy

Negli ultimi anni, con il maggior ingresso di prepotenza delle serie televisive nel panorama dell’intrattenimento televisivo, ha preso piede facilmente il genere drammatico criminale. Quello che vede sistematicamente per protagonisti antieroi votati al crimine e dalla moralità dubbia. Oggi questo tipo di prodotto è indicato quasi universalmente col termine “crime-drama”, e in questo genere molti autori si sono cimentati per fornire un’opera d’intrattenimento dignitoso e dotata di una personalità propria.
E’ in quest’ottica che si inserisce questa serie ideata dall’americano Kurt Sutter. Sons Of Anarchy potrebbe superficialmente (ed erroneamente) suggerire una semplice serie basata sui bikers, un prodotto destinato solo agli amanti dei motori, delle due ruote, dei tatuaggi possenti e dei giubbotti di pelle consumata.
La verità però è che il prodotto ideato da Sutter è molto lontano dalla sua apparenza. I Sons Of Anarchy sono sì una banda di motociclisti, ma si tratta in realtà di una piccola parte di un gruppo più organizzato, complesso e stratificato, composto principalmente da individui dediti alle più innumerevoli attività illecite (che vanno dal traffico di armi allo spaccio di droga) e che si muovono in un universo fittizio (forse nemmeno tanto) dove l’ambiente urbano è tenuto in vita da numerose organizzazioni di questo tipo. Organizzazioni che rimangono vive grazie a patti e compromessi tra di loro. Accordi che riescono ad ottenere perfino dalle forze dell’ordine, spesso costrette ad assecondare le attività criminali per evitare esplosioni di violenza e conseguenti spargimenti di sangue per le strade.
Sutter fornisce personalità al suo lavoro raccontando lo spaccato di una comunità urbana fittizia (la cittadina di Charming in California) in una chiave di lettura particolarmente tragica. Giochi di potere, alleanze, rivalità, amori, bugie e tradimenti sono gli ingredienti che danno sapore a questo intricato minestrone. Ingredienti mostrati spesso senza filtri di sorta.
In Sons Of Anarchy vige, prepotente, la legge del domino. Azione e reazione in un ciclo infinito. Sembra che qualsiasi cosa, da una frase non detta a un semplice pugno, così come una bugia o peggio ancora un’assassinio, mettano in moto una serie di conseguenze, che si innescano a loro volta le une con le altre. E spesso con esiti imprevedibili.
Probabilmente però, uno degli aspetti più sentiti e trattati in Sons Of Anarchy e che spicca rispetto agli altri, è il continuo parallelismo tra i legami di sangue e quelli, se vogliamo definirli in qualche modo, “di lavoro”. Le bande assumono facilmente il termine esplicito di “famiglie”, ma il loro legame non è chiuso alla semplice attività comune, bensì assume un significato particolarmente puro e profondo per i suoi membri (che infatti amano trattarsi come fratelli tra di loro). Questo parallelismo, il prevalere di un certo legame piuttosto che di un altro, è appunto molto discusso, spesso risultando anche spietato e decisamente crudele con i numerosi personaggi.
Personaggi che vengono mossi in una tragedia che si può definire, senza difficoltà, dal sapore assolutamente shakespeariano. Shakespeare è infatti una grande passione di Sutter (è lui stesso ad averlo dichiarato pubblicamente) e ciò è visibile facilmente in SOA. Molti personaggi e situazioni sono un’affascinante reinterpretazione in chiave moderna e “on the road” delle opere dell’autore inglese. Proprio per questo non risulta strano che, ad esempio, il personaggio di Jax Teller (un bravo e gradualmente convincente Charlie Hunnam) trovi molte similitudini con il popolare Amleto dell’omonima opera teatrale.
A tutto questo si può aggiungere anche una bella e azzeccata colonna sonora. Una selezione di brani rock che comprende anche numerose cover. Un accompagnamento perfetto per un racconto intenso diviso in sette atti.

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