Recensione su Sharp Objects

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Maschere e pugnali / 10 ottobre 2018 in Sharp Objects

Dopo Big Little Lies, Jean-Marc Vallée si è dedicato a una nuova “storia di donne” con la miniserie HBO Sharp Objects, adattamento del romanzo Sulla pelle (2006), esordio letterario di Gillian Flynn (L’amore bugiardo, Nei luoghi oscuri) che figura anche fra i produttori esecutivi del telefilm.
Sharp Objects è un buon prodotto tv, tecnicamente ineccepibile (fotografia, montaggio, ecc. sono curatissimi) e ben interpretato, ma mostra qualche falla in fase di scrittura.
Sulla lunga distanza, infatti, la sua accattivante identità poliforme finisce per essere gestita un po’ maldestramente. La miniserie tenta di unire thriller psicologico, dramma famigliare e affresco di costume. E lo fa particolarmente bene nei primi episodi, quando descrive il contesto sociale (il Missouri di provincia) e definisce i personaggi principali, ma perde un po’ coesione dalla metà in poi, accelerando improvvisamente negli ultimi sprazzi dell’episodio conclusivo (in questo senso, i titoli di coda devono essere seguiti molto attentamente).

Il personaggio intorno a cui ruota la storia è Camille Crellin, una donna fra i 30 e i 40 anni, giornalista, che fa ritorno (controvoglia) a Wind Gap, la cittadina del profondo Missouri in cui è cresciuta, per documentare un drammatico caso di cronaca per conto del giornale di St.Louis per cui lavora.
Da ragazza, Camille era una specie di idolo locale: non è mai chiaro per quali meriti, oltre la bellezza. Il che mi ha ricordato il romanzo La ballata di John Reddy Heart di Joyce Carol Oates, che racconta la nascita “insensata” di un mito di provincia.
Ora, Camille beve vodka e whisky come una spugna, ha continui flashback inquietanti, fa lunghi bagni, ascolta sempre i Led Zeppelin e, anche se a Wind Gap fa un caldo bestiale e l’umidità è al 99%, non indossa una t-shirt e non scoprirebbe le gambe neanche se la pagassero in alcolici e anfetamine. È una donna misteriosa e addolorata e, con quegli occhi tristi e profondi, Amy Adams è davvero molto brava a rendere bene la sua strana fragilità. Nel suo passato, ci sono morte, dolore e, si intuisce immediatamente, una spropositata violenza.
La locandina ufficiale di Sharp Objects mostra il suo viso e quelli delle altre due donne-chiave della storia, la sorellastra minore Amma (Eliza Scanlen) e la madre Adora (Patricia Clarkson), attraversati da sottili crepe. Credo che, benché didascalici, i significati di questa scelta grafica siano molto funzionali a introdurre subito gli argomenti principali di questa produzione televisiva.

Le tre donne nascondono dei segreti e la maschera che portano addosso sta per cedere, si prepara a rivelare al mondo il buio delle loro anime e a liberare, quasi letteralmente, i loro démoni. La loro condizione, cioè il loro essere donne (leggi: appartenenti al genere femminile), è la chiave di volta del racconto. Sono vittime (estramamente consapevoli) degli stereotipi su cui si fonda la definizione stessa del genere sessuale di appartenenza. Adattandosi, soccombendo o ribellandosi a esso, queste donne hanno sviluppato un modus vivendi alterato, perlomeno bipolare, in cui scindono l’apparenza (cioè, come si mostrano al mondo) dal desiderio (cioè, come si comportano in privato, una privacy che può essere esclusiva, come quella di Camille, o condivisa con poche altre persone, come quelle di Adora e Amma). Gli esiti di questa scissione “naturale” sono esasperati.

La violenza, fisica e psicologica, praticata e subita nella sfera del desiderio (mai in quella dell’apparenza), sembra l’unico strumento attraverso cui le femmine di Wind Gap affermano la propria presenza nel mondo.
Il dolore provato e/o inflitto è la prova incontrovertibile della loro fatica.
Le gravidanze delle donne della piccola comunità (siano esse dame con rigurgiti confederati, ex cheerleader o bifolche tossiche) sono il primo e più semplice passo in un percorso di affermazione personale che sfocia puntualmente nel sangue (in questo caso, il parto, cioè uno sfogo “giustificato” dalle convenzioni sociali). Chi non è madre (Jackie -l’amica di famiglia- sembra non avere figli, Amma è ancora troppo giovane perché la famiglia le conceda di concepire anche solo l’atto sessuale, ecc.), trova dei surrogati per soffrire e infliggere dolore ed essere, quindi, intimamente soddisfatta. Le bambine scomparse, per esempio, soddisfacevano la loro (momentaneamente) inconscia sete di sangue mordendo (anche Adora, in realtà, pare amasse mordere Amma in fasce – non è chiaro se bonariamente o no).
Wind Gap è una comunità mortifera profondamente matriarcale (a dispetto delle apparenze) che si nutre di violenza e che, come i maiali che costituiscono la sua principale risorsa economica, si gira e rigira in una poltiglia fangosa e, in surplus, sanguinolenta.
Uno degli elementi più inquietanti della storia, infatti, è il concetto di violenza praticato da donne su altre donne, spesso consanguinee. Questa violenza ha diversi gradi di espressione e non tralascia mai la componente psicologica: va dall’indifferenza, al bullismo, all’aggressione fisica, fino a una specie di compenetrazione formale che vorrebbe sostituire il legame ombelicale (Amma è l’anagramma di mama, mamma). Le donne di Sharp Objects sono medee che, quando pure tentano di non arrecare danno a terzi, lo infliggono a se stesse, nelle forme più svariate (autolesionismo, alcolismo, tossicodipendenza).

Vallée descrive benissimo queste sfumature psicologiche e psicanalitiche del contesto (lo aveva già dimostrato con Big Little Lies e lo aveva accennato in C.R.A.Z.Y.) e costruisce un’atmosfera morbosa che soffoca sia la protagonista che lo spettatore.
Purtroppo, inciampa nelle pieghe thriller della storia, che, pur essendo un pretesto, rappresenta un elemento di richiamo per una buona fetta di pubblico. Il caso del serial killer di ragazzine perde progressivamente credibilità (l’aspetto investigativo della storia è praticamente inesistente), a favore del solo mistero che aleggia in casa Crellin, il vero nucleo del racconto che, pure, in alcuni punti, sembra sfilacciarsi (in particolare, qual è il ruolo della “simpatia” fra lo sceriffo e Adora?).

Gli improvvisi ed efficaci sviluppi concentrati nelle sequenze finali dell’ultimo episodio di Sharp Objects sono così repentini da risultare poco comprensibili a una prima visione. Soprattutto in conclusione, Vallée ha scelto di seminare con ritmo incalzante (praticamente sconosciuto al resto degli episodi) importanti indizi negli oggetti, nelle parole, nei gesti, negli sguardi dei personaggi (perfino nelle musiche!), usando anche un’inaspettata macabra ironia (“Don’t tell mama”) che non mi sarebbe dispiaciuta anche in altri frangenti della storia. Questo gioco è un’arma a doppio taglio che, se pure può appagare gli amanti dei trabocchetti narrativi, evidenzia il divario con il resto della produzione.
Benché caratterizzati da una potenza visiva e psicologica notevoli, l’uso efficace di questi dettagli suggerisce come sarebbe stata l’intera miniserie se Vallée avesse dosato diversamente gli elementi a sua disposizione (nota: non ho letto il libro della Flynn e non so se Vallée e gli sceneggiatori si siano attenuti a quella struttura narrativa). Con la prima stagione di True Detective, che ha molti punti in comune con questa, a partire dal contesto e dal pretesto criminoso, Fukunaga -per esempio- c’era riuscito egregiamente. A proposito di Fukunaga, però, come nel caso del suo recente Maniac (la miniserie Netflix con Emma Stone e Jonah Hill), mi domando se non sarebbe stato meglio concepire il progetto di Vallée come un film e non come una miniserie.

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