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Recensione su Samurai Gourmet

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Cibo e cultura giapponese alla massima potenza / 31 marzo 2017 in Samurai Gourmet

A metà strada tra il documentario e la fiction, la serie tv Samurai Gourmet è in grado di appagare gli amanti del Giappone, toccando uno degli aspetti peculiari della cultura del Sol Levante: la cucina.

Il protagonista del racconto seriale è Kasumi Takeshi, un ex-impiegato sessantenne appena andato in pensione: grazie al tanto tempo libero a disposizione, che abbia o meno una meta precisa, passeggia per la sua città, compiendo tragitti sempre nuovi e fermandosi a consumare una bevanda o un pasto nei locali che più ispirano il suo desiderio del momento.
La serie tv è tratta dal manga omonimo (inedito in Italia) pubblicato da Kusumi Masayuki e Tsuchiyama Shigeru, ma -fin dal primo momento- mi ha ricordato moltissimo un altro manga, Gourmet del maestro Taniguchi Jiro, purtroppo recentemente scomparso.
I protagonisti dell’una e dell’altra pubblicazione amano molto il cibo e il “rito” della sua consumazione: apprezzano mangiare tranquillamente, osservare il contesto in cui lo consumano, gustando lentamente tutti i sapori e gli odori che si sprigionano dalle pietanze, provando forti emozioni quando un piatto incontra appieno i loro gusti o risveglia un ricordo; in merito alla scelta dei locali, hanno dei “codici di comportamento” (es. é meglio scegliere le strutture abbastanza affollate: una numerosa clientela è indice del fatto che il cibo è buono e ben preparato; i locali defilati dalle strade principali si rivelano i migliori; ecc.); sono restii agli esperimenti e meditano a lungo, prima di ordinare un piatto, poiché -secondo il loro punto di vista- mangiare bene è una faccenda tremendamente delicata.
Rispetto al manga di Taniguchi, però, Samurai Gourmet introduce un paio di elementi inediti: la presenza di una moglie (discreta e comprensiva, ma vivace e sorridente) e di un samurai errante. Quest’ultimo, grande mangione e gran bevitore, compare al signor Kasumi quando si trova in difficoltà, mostrandogli come dovrebbe comportarsi un uomo tutto d’un pezzo nelle situazioni complicate.
Un altro dettaglio che differenzia Kasumi dall’agente di commercio di Taniguchi è che l’arzillo sessantenne è il fatto che ogni pasto consumato sembra rappresentare per lui un’esperienza unica e irripetibile, in grado di farlo maturare come persona, di fargli vedere il mondo e la sua vita con occhi diversi. “Per tanto tempo, andando al lavoro, ho percorso la stessa strada, ma ci sono infinite deviazioni e nuove scoperte”: più o meno, ecco cosa si ripete spesso il protagonista di Samurai Gourmet.

Di episodio in episodio, Kasumi assaggia cibi sempre diversi, in situazioni puntualmente differenti: una sosta forzata nella caratteristica pensione di una località di mare; una cena con la nipote un po’ capricciosa; l’anniversario di matrimonio; una passeggiata in un quartiere commerciale della città; la voglia di mangiare cibo cinese; e così via.
Senza scadere nel puro didascalismo, a beneficio del pubblico di qualsiasi latitudine, la serie tv mostra la varietà della dieta giapponese, tanto ricca e originale che risulta quantomai ingiusto ridurla al sushi e al sashimi ormai tanto diffusi anche nelle nostre città e, in realtà, generalmente abbastanza lontani dalle preparazioni originali, a dispetto del fatto che constano essenzialmente di alghe, pesce crudo e riso (il documentario Jiro e l’arte del sushi [2011], per esempio, lo dimostra ampiamente).
La cucina giapponese è ricca di verdure, carne (pollo, manzo, maiale), frattaglie (tra cui, la cartilagine), tofu, minestre, pesce essiccato, “spaghetti”, crostacei… Le preparazioni e gli abbinamenti di questi ingredienti sembrano potenzialmente infiniti, perciò anche i viaggi gastronomici di Kasumi potrebbero essere reiterati ad libitum, dando origine ad altre stagioni della fiction.
Nel complesso, vista anche la durata esigua degli episodi che la compongono (che varia tra i 16 e i 24 minuti), la serie tv risulta estremamente interessante e gradevole, sia per la peculiarità della messinscena, particolarmente esotica agli occhi di un occidentale (gli attori esprimono con gran dispendio di mimica facciale le loro emozioni, come da tradizione, e le varie situazioni descritte mostrano dettagliatamente la serie di formalità che caratterizzano le relazioni sociali in Giappone e, nello specifico, le abitudini e la gestualità tipica dei luoghi di ristoro).

Nota di colore: in un episodio in particolare, Kasumi dichiara di aver voglia di cibo italiano. “In una giornata così, una birra e una pizza sono l’ideale”, afferma. Così, entra in un locale “italiano”, ma, solo una volta che ne ha varcato la soglia, Kasumi si rende conto che non si tratta di una pizzeria: disorientato e intimidito dall’ambiente formale, il protagonista non sa cosa scegliere dal menù e non osa chiedere consigli. Così, ordina a caso un pasto combinato, formato da spaghetti con pomodoro e mozzarella, una zuppa fredda di peperoni gialli e, dulcis in fundo, un tortino di patate con un filo di bagna cauda di granchio. Bagna cauda di granchio. Bagna cauda. Di granchio. “Ma allora è questo il cibo italiano!”, esclama stupito. Ovvio che non lo è, nessuno dei piatti offertigli fa realmente parte di una precisa tradizione locale italiana. Ho ritenuto questo piccolo dettaglio come molto importante, perché rimanda alla mia precedente considerazione sul fatto che chiunque tende a identificare il cibo tipico di un Paese con una manciata di pietanze, spesso assaggiate lontano dal luogo d’origine in una forma rielaborata ad hoc per andare incontro ai gusti locali, snaturando parzialmente la ricetta primigenia.
Si tratta del messaggio fondamentale di questo prodotto televisivo: quella del pasto è un’esperienza sensoriale, sociale (benché Kasumi si rechi praticamente sempre da solo a mangiare fuori casa, è attratto dal comportamento dei cuochi, dei camerieri e degli altri avventori), estremamente carica di elementi soggettivi e mnemonici, come anche Proust insegna.

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