Recensione su Samurai Champloo

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Dal blues dei cowboy spaziali all’hip pop dei samurai / 14 Dicembre 2013 in Samurai Champloo

Dopo aver mescolato abilmente il contesto western-fantascientifico al fascino della musica jazz e del blues, creando così quella gran perla dell’animazione che conoscerà la luce col nome di Cowboy Bebop, Watanabe torna al timone di una serie di animazione diversi anni dopo e presenta al pubblico questo particolarissimo Samurai Champloo.
La formula è la stessa dell’opera precedente: l’autore prende un contesto specifico, lo modifica e lo affianca ad un genere musicale che al primo impatto potrebbe risultare poco consono, ma che alla fine si sposa talmente bene con regia e montaggio da far dimenticare lo scetticismo iniziale. E così, sulle note di energiche canzoni hip pop, ci ritroviamo catapultati in un periodo Edo semi-immaginario a seguire le avventure di Fu, Mugen e Jin. La prima, una giovane cameriera alla ossessiva ricerca di un fantomatico uomo denominato “il samurai che profuma di girasoli”, gli altri due una coppia di ronin in perenne conflitto tra di loro e dalle personalità praticamente discordanti. Mugen è infatti un samurai rozzo e scorbutico, interessato soltanto a confrontarsi con avversari più forti e ai piaceri che può dare una bella donna. Jin invece è un samurai dallo stile più aggraziato ed elegante, ma allo stesso tempo misterioso. Di carattere sostanzialmente introverso, raramente proferisce parola con chi gli sta intorno.
E’ sulle vicende dell’improbabile terzetto che si baserà l’avventura di Samurai Champloo, improntata su una varietà di storie che si alterneranno tra il tragico, la commedia, l’avventura e l’azione, mantenendo la struttura dell’episodio autoconclusivo tipica della precedente serie di Watanabe. Anche se, a differenza di Cowboy Bebop, Samurai Champloo presenterà una discreta quantità di storie divise in due o tre parti, permettendo quindi una migliore caratterizzazione dei numerosi personaggi secondari.
I tre protagonisti, tutti legati ad un passato oscuro e che verrà fuori a poco a poco durante il loro viaggio, saranno coinvolti nelle più disparate situazioni: subdoli inganni, onorevoli duelli di spade, fughe rocambolesche, cacce agli orchi, trip mentali, scontri con zombi, partite di baseball (???) e tanto ancora.
Concludendo, vale la pena vedere quest’opera per due motivi. Il primo è perché è una serie davvero fatta bene sotto tutti i punti di vista: dalla sceneggiatura dei singoli episodi (cito, per dirne qualcuno, l’episodio “Spiriti maligni dei monti e dei fiumi, diretto da Masaaki Yuasa, oppure “La via delle lettere e delle arti marziali), alla già citata scelta delle musiche (uno dei marchi di fabbrica dell’autore).
Il secondo motivo è perché stiamo parlando di Watanabe…c’è altro da aggiungere?

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